Vita in frantumi

Pubblicato il da nella categoria: Così Parlò Eatwood.

Già, può sembrare strano! Talvolta stima e amicizia di una persona ti colpiscono inaspettatamente. E ti trovi compiaciuto. Fu così che un giorno di diversi anni fa conobbi per caso Norberto. Come al solito ero intento a seguire le mie attività e lui notò che ero più bravo degli altri. Si fermò all’angolo della strada dove stavo esponendo e mi disse che saremmo diventati amici, che avremmo collaborato a mille progetti, chi il mio stile è quello che cercava da anni. Non ci potevo credere! Mi diede il suo numero di telefono che appuntai sul mio cellulare e mi invitò a contattarlo la sera stessa: mi avrebbe presentato alcune persone a un importante convegno. Assurdo, tremavo ma cercavo di nasconderlo. Il grande Maestro, in pochi istanti, mi aveva travolto con la sua fiducia. Mi raccomandò solo puntualità nel chiamarlo, poche ore dopo, per definire il luogo esatto di incontro. Era l’occasione della mia vita e, pur nell’entusiasmo dell’incontro, non mancò di ricordarmelo più volte. Da metodista quale sono chiesi a Eatwood di aiutarmi a voltare pagina. Già, il lavoro sporco spettava quasi sempre a lui! Io non avevo la forza di chiudere questo capitolo della mia vita. Certo, l’entusiasmo per questa intensissima luce, per questo raggio di vitalità che mi aveva colpito e la soddisfazione di quel nuovo mondo che si stava aprendo era …era il coronamento di anni di sacrifici e fatiche. Era arrivato il mio momento! Ma dovevo liberarmi del passato o, meglio, dovevo dare una svolta. Eatwood, sguardo basso, mi ascoltava come solo lui sa fare. Sofferente, silenzioso. Penitente! Man mano che ripercorrevo con lui gli anni passati a fare sacrifici iniziavo a sentire in me strane sensazioni, ero sempre più malinconico e triste ma vedevo nei complimenti del grande Norberto il culmine massimo di ciò in cui avevo sperato. Sognavo questo momento ed era arrivato! Ma non avevo la forza per liberarmi da tutto ciò del quale mi ero circondato. I cavalletti scheggiati, i chiodi arrugginiti, i fili di nylon per esporre agli angoli delle strade, persino i tagli sulle mani per quelle “opere” che appendevo alle grondaie… tutto, tutto questo sarebbe stato archiviato per sempre. Certo io, lo sapevo benissimo: non sarei cambiato. Mai! Tutto in me sarebbe rimasto come prima: gli amici, i riferimenti, tutto questo non l’avrei cancellato per nessuna ragione al mondo. Ma si prospettavano per me le gallerie d’arte, i musei, i palazzi istituzionali, le fiere e poi i congressi, i convegni, le aste. Come avrei potuto proseguire a esporre davanti ai negozi sfitti assieme ai miei compagni di avventura? Loro ci sarebbero stati, probabilmente, di li a poco, avrei potuto organizzare una mostra anche per loro in uno spazio alternativo. Ma si sarebbe trattato di un’occasione sporadica, anzi unica! Solo all’idea mi mancava già quel mondo. Questo era il coronamento ma… facevo fatica a immaginare la reazione degli amici. Dopo ore in cui piansi diverse volte capii che Eatwood, questa volta, non sarebbe riuscito ad aiutarmi. A momenti mi consolava e mi diceva di cogliere l’occasione ma in altri, quando sorrideva man mano che ripercorrevamo questi anni, cadevo in un pianto inconsolabile e mi convincevo che quella era la mia vita. Capii, invece, poco dopo, che mi stava trascinando nella malinconia e che l’appuntamento serale, fosse stato per lui, avrei dovuto declinarlo. A un certo mi chiese il cellulare: doveva organizzare un volantinaggio per un’organizzazione sociale alla quale aveva appena aderito e della quale mi avrebbe parlato a breve. Con lui al telefono –volle inspiegabilmente andare in un’altra stanza- presi forza. Avevo deciso di dare una svolta. Approfittai della chiamata per radunare tutti gli attrezzi del mestiere. Aprii la finestra del putrido grattacielo all’ultimo piano del quale abitavo per gettare tutto. Pochi secondi e… tutto si sarebbe disintegrato 50 piani sotto, nel cortile di cemento che avevo affittato e che era diventato ricettacolo dei più strani oggetti. Quel cortile era una valvola di sfogo per quasi tutti gli inquilini in crisi di quel maledetto grattacielo. Li ci potevi trovare qualsiasi cosa avesse a che fare con un ricordo, un amore interrotto e, di li a pochi istanti, avrebbe ospitato i frammenti della mia macchina fotografica, dei miei cavalletti ma anche le cornici con clip, i chiodi, i ganci e 135 metri di filo nylon. Finalmente i sacrifici erano terminati. Avrei lasciato quel sobborgo orribile, avrei finito di percorrere l’interminabile corridoio in amianto che porta all’ingresso e mi sarei trasferito in uno spazio più piccolo ma più agevole. Avrei avuto una macchina fotografia nuova e non una rappezzata con scotch e collanti vari, avrei avuto sale e spazi nei quali altri avrebbero allestito con la mia supervisione. Avrei, avrei, avrei. Respirai a pieni polmoni: a quattro braccia tenevo in mano vent’anni di vita. Nell’impeto di gettare tutto dalla finestra e con gli occhi completamente offuscati dalle lacrime colpii con il ginocchio uno spigolo –ovviamente non poteva mancare una scena da cartone animato – ma ormai c’ero. Le entrambe al di la della finestra si stavano aprendo con una lentezza impercettibile ma…si stavano aprendo! Di li a poco sarei stato povero, senza più nemmeno la certezza di un bicchiere d’acqua. Tutti i miei strumenti di lavoro sarebbero stati distrutti per sempre. Ma, dal giorno dopo, sarebbe rinato tutto. A quel punto, con ormai le braccia più aperte che chiuse, e con gli oggetti che sembravano sospesi nel vuoto, udì un urlo. Non so perché ma mi sembrava che tutto volteggiasse all’esterno della finestra. Girai la testa e vidi Eatwood correre come un pazzo: ansimante, gli occhi fuori dalle orbite, rosso, sudato. Anche lui con le lacrime inciampò sullo spigolo, urlando di dolore e lanciando le mani in aria. A quel punto tutto diventò veloce, quella specie di sospensione al rallentatore svanì. Il filo si spezzò e tutto riprese ai ritmi della vita vera.
Risi come un pazzo per la sua smorfia di dolore, nel contempo udì il frastuono della mia vita che si era disintegrata con i suoi arnesi 50 piani sotto e, mentre guardavo i frammenti, vidi volare anche il mio cellulare. Ma come? Eatwood come al solito aveva combinato la sua e, colpendo lo spigolo, aveva fatto volare in aria il telefono. E con lui il numero di Norberto e la mia nuova vita.
E ora? Ora sono da Eatwood, da 25 anni. Ora lui può mantenermi, lavora da Norberto: ha avuto anche lui la stessa fortuna di incontrarlo pochi mesi dopo, sempre per caso. Non gli ha detto che mi conosce, dice che sarebbe imbarazzante dato che io, per forza di cose mancai all’appuntamento. Dice che raccontare di me, del perché non mi sono presentato, saprebbe tanto dalla classica scusa “il cane mi ha mangiato i compiti” e, comunque, non se la sentirebbe. E io, depresso come sono da allora, non avrei la forza per contrastare questa decisione.
Io d’altra parte non ho più nulla, ho persino in cantina il mio archivio fotografico. E non voglio fare più nulla: non vado nemmeno alle mostre di Eatwood, non voglio più sapere nulla di quel mondo. Vivo da Eatwood, tanto guadagna qualche decina di migliaia di euro al mese e si accontenta che io gli faccia da segretario in cambio di vitto e alloggio. Che gentile… se ci ripenso quel cellulare è volato giù dalla finestra involontariamente. Ma guarda che strano, se solo non gli avessi prestato il cellulare per chiamare l’organizzazione sociale per quel volantinaggio… e guarda che strano, destino della sorte, proprio lui ha incontrato Norberto. Non ci posso credere.
Un momento, adesso che ci penso…

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