Recensione del romanzo autobiografico “Donne” di Charles Bukowski

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“Ero vecchio e brutto. Ecco perché mi piaceva tanto sbatterlo dentro le fiche giovani. Io ero King Kong e loro erano giovani e flessuose. Stavo forse cercando di fregare la morte a furia di scopate? Speravo di non invecchiare, di non sentirmi vecchio solo perché stavo con ragazze giovani?”

Questo è Henry Chinanski, pseudonimo dell’autore, che, nel 1978, a Los Angeles, descrive, in prima persona, una vita da scrittore cinquantenne, dopo aver passato un’eternità in lavori poco soddisfacenti, come quello da impiegato alle poste.

La sua nuova vita è scandita da un continuo saltare da una donna all’altra, con una prerogativa fondamentale: trovarle più giovani di almeno venti o trent’anni. Non fa differenza se siano stupide, facili, grasse, poco piacenti, oppure mamme; ognuna di loro, per Henry, è unica e meravigliosa alla sua maniera, basta che abbia capelli setosi e delle belle gambe. Ecco che il lettore si ritrova a passare da una pazza furiosa, traditrice seriale e drogata come Lydia, ad una donna come Sara, proprietaria di un ristorante organico e “timorata del suo dio”, che si concederà soltanto all’uomo per cui valga davvero la pena.

Effettivamente, la trama non è un granché. Il romanzo parla di vita, ma non di una particolarmente degna di nota: oltre ad incasellare una serie notevole di “conquiste”, il protagonista si diletta a saltare da un bar all’altro, dove scorrono fiumi di alcol. Stralci, tuttavia, più interessanti paragonano la vita e la scrittura alla boxe ed alle corse dei cavalli, dove, abitualmente, Henry fa qualche puntata.

Perché leggerlo? Nonostante la frivolezza e il loop che tendono a seguire gli argomenti, Bukowski è capace di essere cinico ed ironico allo stesso tempo. Riesce ad imprimere descrizioni dettagliate, arricchendole di dinamismo, azione ed intelligenza.

Il linguaggio che usa è estremamente colloquiale e sfocia, senza difficoltà, nel volgare. Questo fa sì che Bukowski diventi, agli occhi del lettore, solo Charles o, addirittura, Charlie, sedutogli di fronte al bancone, a vomitargli tutte le sue storiacce, senza pretendere comprensione o compassione.

Consiglio la lettura del romanzo soprattutto alle donne semplici, senza grilli per la testa o strani vizi, per assaporare un po’ dell’eco “beat generation” di queste pagine e provare la curiosità, anche solo per un momento, di essere soppesate dallo sguardo sagace, pungente, profondo, attento e sensibile di un alcolizzato, disperato e stronzo, come Charlie.

 

Annachiara Zanoli

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