“Piccoli crimini coniugali”: la vita matrimoniale sotto la lente dell’anima

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Un appartamento, molti quadri, una libreria, due letti e poco altro più. Questa è l’ambientazione di “Piccoli crimini coniugali”, gioiello drammaturgico di Eric-Emmanuel Schmitt messo in scena dal Teatro Stabile di Verona per la regia di Alessandro Maggi. Due attori in scena che entrano scendendo una scala, come se la situazione che stanno vivendo sia una realtà nella quale sono precipitati e in cui, per venirne fuori, devono assolutamente elevarsi, cambiare. La magia di Schmitt torna al Teatro Nuovo dopo “Variazioni Enigmatiche” messo in scena nella stagione 2002-2003 dagli eccezionali Glauco Mauri e Roberto Sturno. “Variazioni Enigmatiche”, piacevolissimo testo dolceamaro, ricco nell’evoluzione delle situazioni che lo caratterizzano, è un’opera armonica come uno spartito musicale, dove tutto è studiato nel minimo particolare: parole, pause, riflessioni, gesti. Ritmato dai voli pindarici dei sentimenti e dall’alternarsi del carattere dei protagonisti che talvolta si avvicinano, quasi a voler instaurare un profondo legame d’amicizia, talvolta si allontanano desolati dal dramma che si stanno svelando e che, inevitabilmente li porterebbe a separarsi, quel testo di Smith fu il primo contatto di Verona con l’opera dell’autore francese. Ma se in quello spettacolo dalla recitazione magistrale a colpire era anche l’astuzia di una storia assolutamente particolare, oltre che l’evoluzione imprevedibile della trama dove a tessere le sorti era una donna che non compare mai, qui, in “Piccoli crimini coniugali”, tutto è più reale e vicino alla quotidianità. E in questo duo Paolo Valerio – Elena Giusti contribuisce notevolmente al buon esito della rappresentazione con una recitazione pulita, d’impatto e ben accolta dal numeroso pubblico in sala.
L’opera mette sotto la lente d’ingrandimento dell’anima i rapporti tra marito e moglie, rivelando un microcosmo coniugale fatto di menzogne, rassegnazione, sopportazione e falsità. In un continuo gioco delle parti dove la guerra di coppia sembra non rivelare mai chi sarà il vincitore, le prospettive si ribaltano a tratti rapidamente e con violenza, altre volte con amore, delicatezza ma mai – fortunatamente- in maniera melliflua. Sviscerando la complessità dei personaggi e facendo emergere un punto di vista per poi decostruirlo con una semplice battuta, lo spettacolo fa calare lo spettatore nel personaggio, gli fa vivere la sua storia, lo fa propendere ora per uno, ora per l’altro. Non c’è mai un momento di stasi, la storia è in continua evoluzione in un alternarsi tra buoni sentimenti e profonde contraddizioni. Tutto è avvolto da un misterioso enigma che sembra lasciato intendere ma che in realtà è celato da ipocrisie, rancori, dubbi, gelosie e incomprensioni. Quello dei due personaggi è il dramma dello squallore di una vita vissuta a metà, dove il torpore ha annientato i sentimenti appiattendo la quotidianità a un mondo in bianco e nero, colori-non colori delle belle scenografie di Marta Crisolini Malatesta, intessute di un simbolismo davvero meritevole. A sottolineare la frammentazione degli affetti e del legame è anche la regia che divide per quadri, come quelli appesi alle pareti, l’intera vicenda. Poesia allo stato puro. Un capolavoro da non perdere. Attendiamo numerose repliche.

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