Usi e riusi della normalità

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Ebbene sì, quando le cose vanno male è sempre tempo di tirare le somme, cercare di capire cos’ha funzionato e cosa no, cercare o almeno proporsi di non commettere di nuovo gli stessi errori.
Perché la logica del senno di poi ci è connaturata, si vede.
Alla fine, però, tutti i pensieri che si possono fare rimangono lì dove sono nati, a tavola con la famiglia, al bar, alla fermata del bus. In pochi, troppo pochi (forse sta qui il nocciolo dei famigerati corsi e ricorsi storici), si muovono al concreto, e la grande banalità del «è la società che deve prima cambiare» continua a girare di bocca in bocca. Ma nel dire ciò siamo distratti dal percepire un’altra grande banalità, determinante questa volta, che corre un po’ più sotterranea: che ogni singolo tra i singoli costituisce quella famosa società.
Va da sé che il “tutto e subito” non può appartenere a queste contingenze, e quindi chi cerca di farlo, di cambiare, deve sì ripartire, ma dal piccolo.
È questo il percorso seguito dai designers, artigiani e appassionati che hanno presentato le loro creazioni al Festival dell’handmade il 29 e 30 novembre all’Arsenale, in una stanza che sembrava minuscola per la notevole affluenza, che è stata lo scenario per l’esposizione di tante piccole, e non solo, opere d’arte realizzate a mano con grande cura dai protagonisti.
Loro, partendo dal dettaglio, hanno saputo creare oggetti d’uso, d’arredo o abbigliamento che non sono solo piccole geniali creazioni, ma nuove prospettive da seguire. Si riparte dal dimenticato, dall’inutile, e lo si rivede, lo si modifica, lo si fa entrare in un circolo virtuoso dal valore nuovo, che crea un domino in positivo in cui le tessere non cadono, ma si alzano per costruire qualcosa. Perché è lo stolto che guarda il dito, mentre gli sfugge l’ampiezza del gesto. Dunque in quest’ottica la cialdina del caffè sorseggiato al mattino diventa una deliziosa collana, la ceramica un’elegante spilla, e poi legno e stoffa rispettivamente lampade e anelli. Dal materiale di recupero non si ricava solo un portafoglio, ma una professione. Il design allora va oltre l’oggetto e coinvolge il soggetto, in una riprogettazione quasi totale che incanala la passione rendendola chiave di volta di uno dei possibili cambiamenti.


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