Qualche piccola considerazione da effettuarsi dopo i centoventi minuti di gioco. Tifosi, allenatori e giocatori immersi in tensioni, dubbi, gioie e tristezze

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Beati o dannati: ecco l’intima dicotomia dei calci di rigore. Amati da chi, alla fine, vince. Odiati da coloro che, in seguito a uno o più errori, perdono l’incontro. In ogni caso, vengono vissuti con un’elevata dose di tensione, suddivisa fra chi deve calciare, chi deve cercare di parare, chi deve assistere in maniera passiva all’esito dell’esecuzione. In quei brevissimi istanti in cui la palla percorre gli undici metri di distanza dalla porta, innumerevoli occhi si preparano a momenti di festa o di tristezza.
Dopo centoventi minuti di gara le gambe e le menti possono essere stanche e spossate, ma il rituale dell’incontro sportivo, in occasione di particolari tornei e competizioni, prevede che vi sia assolutamente un vincitore. In certi casi il pareggio non è ammesso come uno dei possibili risultati. Bisogna proseguire. Le alternative restano due: vittoria o sconfitta.
I tempi supplementari sono appena finiti e le due squadre, insomma, si trovano ancora in parità. Gli allenatori raccolgono attorno a sé i propri calciatori. Si deve decidere chi andrà a calciare. Le scelte possono ricadere sugli specialisti, oppure su chi è più fresco. Un peso non indifferente è ricoperto dalla posta che c’è in palio.
Ciò nonostante, la persona scelta o “predestinata” se la deve sentire di avvicinarsi al dischetto, poiché si accolla tra i piedi una grossa responsabilità. La responsabilità di fare bene o male. La responsabilità anche di poter portare i compagni alla sconfitta. Non discutiamo qui sui vuoti e un po’ noiosi discorsi centrati sul “chi deve tirare per primo, per secondo, per terzo”. Ogni volta che ci sono i calci di rigore, i commentatori estraggono dal cilindro questo argomento. E dato che già gli altri ne parlano, sarebbe inutile che ora lo riprendessimo noi.
Gli atleti si susseguono al punto di battuta. Sbagliano, segnano, esultano, piangono. Spesso è questione di fortuna. Spesso capita che a vincere sia la formazione che ha giocato peggio. Spesso la palla proprio non vuole entrare. Dopotutto, è rotonda.

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