Riceviamo e volentieri pubblichiamo da un collega

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MARC CHAGALL Una retrospettiva 1908-1985.

Di nuovo Palazzo Reale, di nuovo la solita, ormai monotona e ripetitiva, disorganizzazione. O peggio, negligenza.
Sembra che giornalisti e disabili siano categorie che non fanno piacere a questo luogo, tanto pessimo è il trattamento che si riceve ogni qual volta si abbia la malaugurata voglia di visitare una mostra. Peccato, peccato davvero. La rabbia sale alle stelle ma, chi abbiamo davanti a noi, sembra proprio avere voglia di emettere un biglietto che in realtà non dovremmo pagare. E sembra essere pagato per cercare di colpire chi già è stato colpito dalle sofferenze della vita. Già tempo fa era successo con la mostra Modigliani e gli artisti maledetti anche se, ad essere maledetti, erano più gli ”amici” della biglietteria rispetto agli artisti (anche perchè ai tempi loro, degli artisti, sicuramente c’era una maggiore attenzione e competenza per quelli che sono i diritti e le facilitazioni riservate a certe categorie). Qui, ormai nel duemilaquindici, per vedere le opere della meravigliosa mostra dedicata a Chagall, si ripetono scene vergognose. Allora inizio a capire tutto… Già in biglietteria si vive il clima degli (dis)organizzatori della mostra. Un clima SURREALE!!! ?
P.s. Fortunatamente, la mostra è dedicata al Surrealismo e non al Futurismo, che inneggiava a una certa aggressività, lo schiaffo e il pugno. Ecco, dovesse ripetersi una mostra di quest’Avanguardia – anche se adoro e studio il Futurismo da quindici anni – cari colleghi giornalisti disabili…non andate a Palazzo Reale a Milano. Non oso immaginare come potrebbe essere l’accoglienza! (lettera firmata)

Milano è turismo.
Ci vuole un bel coraggio – davvero! – a titolare così il sito internet della città di Milano e poi leggere note come questa, piena di rabbia e di umiliazione, che ci invia un collega giornalista e disabile. Che cosa è successo? Come al solito, a Milano, i giornalisti che chiedono di entrare a vedere – come addetti ai lavori – una mostra d’arte avvalendosi della convenzione tra l’Ordine Nazionale e lo Stato, vengono respinti se non si sono accreditati per tempo. E i disabili, che in tutto il mondo entrano con un accompagnatore, a Milano devono pagare un biglietto.
Milano e l’Expo, una grande occasione per la capitale lombarda e l’Italia tutta. Un’occasione per far dimenticare, al mondo intero che ci tiene d’occhio e all’Europa che ci guarda, tutte le brutte cose delle quali abbiamo lettoe scritto negli ultimi giorni e mesi. Le tangenti nei cantieri dell’Expo, le tangenti nel cantiere del Mose, le venti votazioni e più, in Parlamento, per eleggere due giudici della Corte Costituzionale, le terre dei fuochi, e ancora le spese pazze nei Consigli regionali, i centoquarantamila euro di stipendio annuo a un barbiere della Camera, potremmo andare avanti così e riempire di cose delle quali vergognarci tutte le pagine di questo giornaletto. Giornaletto? Ohibò! Già me li sento, i miei ragazzi della redazione. Direttore, sei fuori di testa, chiami giornaletto il “nostro giornale”? Quello sul quale scriviamo con tanti sacrifici, di notte, perché amiamo questa professione e, per manternerci, di giorno facciamo di tutto – chi il pescivendolo in un supermercato e chi la commessa in un grande centro commerciale, non sono le nostre le mani sporche sulla città, semmai le nostre sono solo le mani vuote – e tu ce lo squalifichi come “giornaletto”?
Calma, ragazzi! Tirate un bel respiro e ascoltatemi. L’Italia è un paese meraviglioso, rovinato dalla presenza di alcuni (molti?) italiani, sempre gli stessi. Di loro sappiamo tutto, abbiamo detto e ridetto, scritto e riscritto ogni cosa. Sono quelli forti con i deboli e deboli con i forti, gli italiani che le regole valgono solo per gli altri, gli italiani che considerano solo gli amici degli amici. Già, gli amici degli amici. Frase che, almeno fino a Erasmo di Rotterdam, significava ben altra cosa rispetto a oggi. Oggi vuol dire che se tu sei un giornalista che fa, con serietà e umiltà, il suo lavoro, e visita le mostre per recensirle e indicare al pubblico di andare a vederle, ma non sei un amico degli amici, cioè degli organizzatori, il biglietto te lo paghi, perché non hai potuto prevedere per tempo (quanto? Un giorno, sei mesi o un anno?) che, in un sabato senza altri impegni di pescheria o boutique, saresti andato a vedere proprio la mostra di Palazzo Reale a Milano. Ma chi sei, scrivi su un giornaletto (appunto!) che diffonde solo venticinquemila copie digitali ad amanti dell’arte e della cultura, e chiedi di avere i privilegi delle Grandi Firme, quelle che, sottobraccio al Curatore della mostra, entrano portando con sé quarantasei tra amici e parenti che ricevono, tutti, il catalogo? E, a proposito di cataloghi, dopo aver chiesto all’Ufficio Stampa di una casa editrice specializzata, legata al più grande Gruppo editoriale italiano ed europeo, di avere una copia del catalogo per fare il mio lavoro, cioè una recensione della mostra, mi sono sentito dire che no, non ne avevano a disposizione perché le risorse sono quelle che sono…
Intendiamoci, le Grandi Firme non hanno colpe in questa storia. Sono grandi giornalisti, scrivono meglio di me per grandi testate molto più importanti del nostro “giornaletto” e non chiedono altro che fare il loro lavoro. Come noi, del resto. Che, a colpi di venticinquemila lettori di qua e diecimila di là, portiamo centinaia di migliaia di visitatori nelle mostre italiane.
Infine, c’è il penoso capitolo dei disabili. Rileggetevi le poche parole di sfogo del collega, anche disabile, che aprono questa nota, dove scrive “sembra essere pagato per cercare di colpire chi già è stato colpito dalle sofferenze della vita”. Non posso, non voglio aggiungere altro, se non che a Milano, a Palazzo Reale, le mostre forse le organizzano solo per gli amici degli amici.

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