Tinte tenui e cieli dai colori cupi nelle tele di un’artista di rara sensibilità

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Incontriamo Mario Dalla Fini in occasione della mostra in Sala Birolli, terminata a fine aprile e promossa dall’allora Assessore alle Relazioni con i cittadini Daniele Polato. Nell’ampia sala che il comune ha messo a disposizione, le opere d’arte, pitture e sculture, armonicamente inserite, conducono il visitatore in un mondo sospeso in un’epoca senza tempo, dove a emergere, in tutta la sua bellezza, è il paesaggio. Dalla Fini, nel corso della sua carriera, ha fatto della libertà espressiva il segno distinguibile della sua arte. Una produzione che l’ha portato, nella maggior parte dei casi, a raffigurare paesaggi innevati e cieli plumbei, pur sempre –e qui sta la magia- in grado di rifuggire quel senso di malinconia e tristezza che potrebbero rimandare certe tonalità monocrome. In Dalla Fini c’è luminosità e c’è ottimismo anche nei soggetti che all’apparenza potrebbero sembrare tutt’altro che asseribili a un pittore tutt’altro che spensierato. Il suo ottimismo emerge dai paesaggi, che sembrano proseguire oltre il supporto (parlo di supporto, non di tela o tavola, vi spiegherò poi il motivo), che sembrano andare oltre l’orizzonte o proseguire al di là del limite del cielo.
Mario, ci diamo del tu, vero? Quando hai iniziato a dipingere?
Ho iniziato nel 1957. Appena trasferitomi dal Polesine a Verona ho iniziato a lavorare in un caseificio e contemporaneamente frequentavo l’Accademia di Belle Arti Cignaroli. Il mio percorso lì è durato cinque anni, finiti i quali mi sono licenziato per dedicarmi esclusivamente alla pittura.
Verona in quegli anni aveva grandi maestri, culturalmente era tra le città più vive in Italia. I suoi maestri all’Accademia chi sono stati?
Il più valido per me è stato Antonio Nardi, una persona dal carattere “crudo”, diretto e sincero. Nonostante le grandi capacità e la sua personalità, cercava di lasciare l’allievo libero di esprimersi intervenendo solo quando vedeva sbagli. A me piaceva molto il paesaggio all’aria aperta, lui prediligeva altri soggetti, amava la figura e la natura morta. Ricordo ancora oggi certi dialoghi tra il sottoscritto che gli diceva: «Professore, posso uscire e dipingere all’esterno? Oggi non mi sento di fare figure e nature morte» e lui prontamente: «Ma Dalla Fini, se tutti vanno fuori come te cosa succederebbe? E io che già facevo sentire il mio carattere di giovane determinato lo incalzavo spesso facendogli notare che ero l’unico che chiedeva questo “privilegio”
In un Italia segnata dai conflitti bellici hai scelto una strada non facile: rifiutare il lavoro per dedicarti a una passione che certamente, all’epoca –ma purtroppo anche adesso- difficilmente poteva consentire di pagarsi da vivere.
Sicuramente il carattere è stato determinante in questa scelta. Ho sempre rifiutato posti fissi e anche lavori più vicini all’ambito artistico che non mi appagavano. Ho persino rifiutato un posto alla Mondadori come ritoccatore. Volevo fare dell’arte la mia vita e ci sono riuscito.
In tutto questo sei stato aiutato da qualcuno? Hai fatto parte di gruppi artistici?
No. Solo inizialmente ho fatto parte di qualche gruppo artistico ma non si andava mai d’accordo per vari motivi allora ho preferito cedere al proverbio “meglio soli che male accompagnati”. Tutti hanno bisogno del prossimo, per qualsiasi cosa; per questo motivo il confronto con diversi colleghi c’è sempre stato, ma fuori dai gruppi, singolarmente o in una ristretta cerchia di persone. Chi mi ha dato di più sono stati Franco Patuzzi e Giorgio Grumini, persone che certamente hanno influenzato il mio percorso artistico.

Dalla Fini, insomma, la libertà espressiva è tutto per lei. Lo vedo dai soggetti, dalla sua passione per la pittura e per la scultura per l’olio, la tempera, l’acquarello ma, soprattutto per i supporti che utilizza: tavole, tele, carta, assi di legno, recupero di mobili: ante di armati, fondi di comodino, sedute di sedie e sgabelli, ma anche sottobicchieri e piccoli ritagli incollati su supporti più grandi. Un’esuberanza che vuol far emergere un carattere dinamico dalla forte volontà espressiva, non solo di soggetto e contenuto ma anche di mezzo…
Si, sono sempre stato libero. La libertà nei miei soggetti lo dimostra. Mi sbizzarisco nella tecnica e nei supporti come ha fatto notare, ma, si sa, più passano gli anni più si impara.
Questo puoi ben dirlo, in un incontro che ho avuto con il celebre fotografo Mario De Biasi, vivace artista classe 1923, ho notato una volontà di sperimentare tecniche moderne che forse nemmeno il più creativo dei giovani potrebbe immaginare. Ma parliamo d’altro. Dalla Fini, ho sentito qualche impressione da persone che uscivano dalla mostra –tutti contenti, ti chiarisco subito- che sostenevano di vedere una nota di tristezza e di malinconia nelle tue opere.
Ma no, non vedo nulla di triste. Dipingo ciò che vedo. La solitudine che potrebbe emergere è perché disegno un paesaggio non contaminato dalla frenesia della società di oggi e dall’industrializzazione del dopoguerra. Nel quadro metto quello che sento: il mio amore per Verona, che considero la mia città e la bellezza del paesaggio, dove l’uomo, seppur velatamente compare sempre. Nel quadro metto tutto quello che sento, è un bagaglio costruito in tanti anni. Cerco di entrare nel contenuto, anche solo il cielo per me è magia.
Ti distingui dalla moltitudine, staccandoti anche dal paesaggio classico, colorato, contanti fiori, piante, alberi. Non dipingi soggetti facili, mediti, rifletti?
In realtà dipingo ciò che ho da dire. Di artisti che dipingono bene ce ne sono parecchi ma non basta questo ci vuole qualcosa in più.

Vedo una passione ricorrente: il quadro nel quadro. Ce ne parli?
Inserire il paesaggio con il quadro nel quadro dà un ulteriore un senso di continuità, di prosecuzione. È ottimismo.

E poi non è mica vero che l’arte fa parte, o dovrebbe far parte, della vita di tutti i giorni? Se non è ottimismo e buona speranza questa?
Vedo che mi hai capito. Mario Dalla Fini, è un pittore che dipinge con ottimismo e fiducia anche se di primo impatto potrebbe sembrare il contrario.

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