Supersantos tour: il cantastorie romano “risveglia gli italiani”

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Un venerdì sera come un altro quello del 14 settembre 2012, una serata d’estate agli sgoccioli. Il pubblico trasuda ancora il caldo d’agosto, è carico e coinvolto. Le gradinate non numerate sono ben riempite, la platea un po’ meno, ma gli spazi vuoti non rimarranno inutilizzati. Con Mannarino non si spreca proprio nulla, né la voce, né il corpo e neppure l’immaginazione.
Il palco sobrio ospita una schiera di musicisti timidi in penombra: violoncello, fisarmonica, ottoni, chitarre, tastiere, percussioni, e due coriste, Daniela Savoldi e Simona Sciacca dalla voce calda e incantatrice.
Il ”Bar della Rabbia” si prepara al calo dei sipari: non si tratta del consueto sipario purpureo ma di due arazzi in stile bizantino raffiguranti due Santi. Nulla di scontato quindi, c’è dietro un profondo significato, come canterà a gran voce lo stornellatore romano, tra poesie, racconti di terre lontane e ritmi popolari.
L’esordio della poderosa e sensuale Simona Sciacca apre il concerto in un canto melodico, in dialetto calabrese, coperta da veli e trasparenze nere. L’atmosfera mistica avvolge il pubblico incuriosito e ipnotizzato dal canto della sirena del cantastorie romano più apprezzato, che avanza timidamente, in abito scuro, semplice, adornato solo dal consueto cappello da artista di strada e dalla sua compagna chitarra da cui non si separa mai.
Via alla ”Rumba Magica” e mistica dello stornellatore romano, sgattaiolato dal cantautorato di periferia a quello delle grandi scene musicali italiane, grazie al merito riconosciutogli dalla Dandini di ”Parla con me” e da Floris di ”Ballarò”. Premio Tenco, Siae e il palco del Primo maggio a Roma sono le tre medaglie ottenute dal trentatreenne romano, che canta con l’anima e consuma la chitarra con il suo appassionato strimpellare.
”Svegliatevi Italiani” brava gente, canta Mannarino, ”qua la truffa è grossa e congegnata, lavoro intermittente, solo un’emittente, pure l’aria pura va pagata…!”?Mannarino parla con il suo pubblico, cerca di calarsi nei panni della gente comune, veste la sua musica di una responsabilità sociale ammirevole e sincera. Poi racconta la storia della ”Strega e del diamante” intervallata dal soave canto di Daniela Savoldi, ”e chi se la scorda quella canzone” ripete il cantastorie calato nei panni di un ubriacone sudamericano.
E’ tempo di cambiare e gli animi della gente risvegliare! Il ritmo incalzante di ”Mary Lou” , la donna del porto che balla con l’abito corto per intenderci, è irresistibile anche per l’ordine del Teatro Romano. Ancora una volta e non finirò mai di scriverlo, il pubblico non resiste al ritmo e all’allegria. Se ne frega, (si può dire?), e scende dalle gradinate, scavalca le transenne e non c’è addetto alla sicurezza che tenga. Mannarino è un rivoluzionario si sa, e i suoi seguaci pure, e visto che siamo in tema di santi e religione , ”al diavolo” i posti numerati e non.
Si prosegue con ”Osso di seppia”, ”l’Amore Nero”, ”Le cose perdute”, ”L’Onorevole”; il pubblico è di nicchia ma molto preparato. ”Maddalena” è uno dei momenti più emozionanti del concerto perché ne svela il senso e il significato. Alessandro ci racconta dell’amore anti-biblico fra la dolce Maddalena e Giuda, che ”più di ogni sermone, amava le urla dolci della Maddalena”, senza un dente per di più. Dall’alto dei cieli Dio minaccia di fulminare Giuda e la Maddalena, in difesa del suo amato, gli urla: ”Tu che hai partorito senza far l’amore, che vuoi saperne di questa fregatura”. Sulle note di questa poesia si eleva il terzo arazzo, quello centrale, che raffigura l’abbraccio fra Giuda e Maddalena, che ”stanno insieme, girano nascosti fra la gente, vanno al fiume a far l’amore, su una barchetta che va controcorrente”. Si dispiegano gli applausi e si alzano le urla, il pubblico ha colto la metafora e proclama l’adorazione verso il tocco d’arte poetica, verso la sfrontatezza del cantautore che non nasconde le mezze verità.
Da cantastorie Mannarino si trasforma in un pagliaccio che ”lavora col sorriso”, diverte e interpreta egregiamente la parte; d’altronde è meglio ”na mezza risata vera che ‘na dentiera tutta intera”, come afferma la canzone. Si continua a ballare con ”Serenata lacrimosa”, ”Tevere grand Hotel, Me so embriacato e Statte zitta”, i brani cult del cantautore, per poi sentirlo intonare a gran voce ”Quando l’amore se ne va”, accompagnato da una morte impersonificata sul palcoscenico che trasporta un teschio.
Tre ore di musica senza interruzione, con interpretazioni di brani recenti e non come ”Il Bar della Rabbia”, ”Scetato vajò” e ”Elisir d’amor” dove si vende quella pozione chiamata ”amore” che fa bene al cuore; una voce potente, calda e molto espressiva che si sfoga senza sosta. Nonostante sia agli esordi, Mannarino è un mostro da palcoscenico. Come dimenticare l’esortazione al pubblico a scendere dalle gradinate e unirsi ai coraggiosi sfidanti di inizio concerto. Il risultato? Un bagno di folla che balla sotto al palcoscenico; anche io non resisto alla tentazione! Un’atmosfera circense fra storie di paesi lontani, dall’Amazzonia al Sudamerica, all’Italia, un inno alle cose semplici, alla vita, alla libertà di espressione.
Il concerto culmina con la gloriosa presentazione di tutto lo staff e l’assolo ”Merlo rosso” eseguito da Simona Sciacca, che approda in semplice vestito bianco e chioma folta al vento al centro del palcoscenico; un’artista degna di merito e molto talentuosa. Gli animi degli spettatori si acquietano ma non troppo. Mannarino se ne va ma il pubblico lo richiama a gran voce. E lui ritorna impavido dagli adoranti e ripropone altri tre brani fino allo stremo.
Mannarino è stato paragonato a Buscaglione, a Capossela, ma è sempre meglio esaltare un’artista nella sua unicità, invece di paragonarlo ad altri, a cui può più o meno assomigliare. Musica, poesia, ritmo e tanta passione. Una mescolanza di caratteristiche che denota la completezza di Alessandro Mannarino.
Un concerto degno di un ”santo”, per concludere in bellezza.

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