Gabriel Garcìa Màrquez racconta sé stesso in un’intensa autobiografia

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«La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla».
Ecco la prima cosa che si legge dopo il frontespizio. Uscito nel 2002, questo è un libro che forse non va nemmeno definito così, perché ciò che esce dalla penna di Màrquez non è mai classificabile solo come tale: è sempre qualcosa in più.
Non fa eccezione quest’opera, che comincia nella Colombia di cinquant’anni prima della nascita dello scrittore e si chiude nel 1955, quando lui ha ormai ventotto anni e fa il giornalista. Si parte dalla storia d’amore dei suoi genitori, personaggi chiave della vicenda, per arrivare al formarsi della figura dell’autore come giornalista e scrittore. Nel mezzo, anni felici e infelici, liti in famiglia, trasferimenti, una miriade di fratelli, la figura del nonno, la casa dell’infanzia, le scuole superiori, i primi contatti con il mondo della carta stampata. Centinaia di pagine piene di ricordi raccontati senza filtro, ma con un velo di tenera malinconia.
Va premesso che non è un libro facile da leggere: impossibile tenere a mente i nomi di tutti coloro che vengono citati, difficile anche tenere il passo con i continui cambi spazio-temporali. Eppure in realtà non importa, perché non sono le singole vicende a interessare, ma lo spirito che è insito. Ogni pagina, al di là delle vicende narrate, ci racconta chi è Màrquez e come è arrivato a essere ciò che è stato.
Questa autobiografia è la chiave per comprendere fino in fondo i suoi romanzi, perché tutti, senza eccezioni, nascono e traggono ispirazione dalla sua vita e dagli eventi che l’hanno formata. Chi, dopo, rileggerà Cent’anni di solitudine o L’amore ai tempi del colera lo farà con occhi diversi e, soprattutto, consapevoli. Riconoscerà i sentimenti e sorriderà ai dettagli che non erano stati notati prima. E così come in tutte le altre opere, riconosceremo lo stile e la magia con un senso di familiarità maggiore, e avremo davanti agli occhi la figura non dell’uomo premio Nobel, ma del ragazzino considerato pazzo dai professori per la sua fantasia creativa. Un ragazzino che ha preso in mano la propria vita, e ha vissuto per raccontarla.

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