Come disse il filosofo Walter Benjamin, l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica rischia la mercificazione. In una mostra di grandissimo potenziale.

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È in corso al Palazzo della Gran Guardia di Verona la mostra Verso Monet – storia del paesaggio dal Seicento al Novecento, a cura di Marco Goldin. L’esposizione, apertasi il 26 ottobre e in corso fino al 9 febbraio, ha l’intenzione di tracciare le tappe principali della rappresentazione del paesaggio, da semplice cornice della scena pittorica a vero protagonista dell’opera d’arte. Le intenzioni di Goldin sono di evidenziare il ruolo della natura attraverso i secoli e l’alternarsi di tendenze pittoriche, con lo scopo di creare un percorso di scenari interiori in virtù della loro carica patetica, spostandosi da un’emozione all’altra, da un quadro all’altro.
Intenzione assolutamente ben riuscita: gli oltre novanta quadri in esposizione sono da annoverare tra le pietre miliari della storia dell’arte occidentale. Opere celeberrime provenienti da tutta Europa e dall’America (in particolare dal Boston Museum of Fine Arts e dal Columbus Museum of Art ) si trovano l’una a fianco all’altra per celebrare la storia del paesaggio voluta da Goldin.
Una mostra assolutamente da vedere per la qualità delle opere esposte; per alcuni di noi potrebbe essere l’occasione di vedere dipinti che finora si potevano immaginare solo sfogliando le pagine di un libro di storia dell’arte. Alcune di esse, oserei dire la maggior parte, sono di incredibile impatto emotivo. A riempire le pareti azzurrine dell’allestimento, illuminate da una luce bianca, sono in mostra i pezzi portanti degli artisti che hanno fatto la nostra tradizione artistica pittorica. Un percorso suddiviso in quattro parti che ha come traguardo Monet e la nuova idea di natura, la cui opera conclusiva è Salice piangente del 1918, che lascia intravedere quali siano le tappe successive della rappresentazione paesaggistica.
Una mostra da non perdere e piuttosto ben gestita, nonostante il percorso espositivo sia mal delineato al punto da disorientare il visitatore inesperto, il quale si trova affascinato e inebriato da decine di quadri per ogni sala, che forse un po’ distraggono la mente da questo viaggio attraverso “i luoghi della natura e dell’essere”. Ogni quadro tra quelli presenti meriterebbe una sala a parte, un momento di solitudine per assaporarne il valore assoluto; si dovrebbe costruire un labirinto infinito di sale in cui ogni visitatore, aggirandosi con una lanterna, si possa soffermare su ogni singola opera. Sicuramente una visione utopica, ma non è detto che si debbano per forza presentare centinaia di quadri; vi sono tele capaci di risolvere in sé stesse tutta la tradizione passata o di farsi protagoniste di un mutamento pittorico innovativo. Ogni singola opera d’arte contiene in sé essenzialmente due valori: il valore cultuale e il valore espositivo, finemente intrecciati. Il primo ha a che fare con la magia, con il valore rituale dell’opera; il secondo invece riguarda la sua esponibilità, il rapporto con l’uomo. Alterare questa polarità rischia di modificare la percezione dell’opera d’arte quale noi siamo abituati. Aumentare l’esponibilità o tenere conto solo di questa componente porterebbe ad una reificazione dell’opera, la quale perderebbe l’aura sacrale di cui è investita e si assimilerebbe sempre di più all’oggetto, alla merce. L’organizzazione di una mostra con più di un centinaio di opere porta con sé il rischio della reificazione. Data l’impossibilità di disporre di uno spazio infinito, si è costretti a sacrificare il vuoto che necessariamente deve far da cornice all’opera d’arte. Solo questa vacuità può conciliare la mente alla meditazione e alla percezione dell’unità di spazio, tempo e materia in un’unica immagine vitalizzata dallo sguardo umano. Solo in questo modo l’opera prende vita: dall’incontro con l’essere umano che la vivifica e ne coglie le corrispondenze. Tolto questo momento, tolto lo sguardo che non osserva ma guarda distratto, si compie una reificazione. In un’epoca in cui tutto è sovraesposto, in cui le opere d’arte sono addirittura trasformate in merce dalla produzione seriale di gadget e “ricordi”, è proprio a questo cui dobbiamo stare attenti: alla perdita dell’Immagine.

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