In scena l'11 e il 12 aprile 2013, al Teatro Ristori, l'emozionante rappresentazione di Un flauto magico di Mozart, liberamente adattato da Peter Brook, Franck Krawczyk e Marie-Hélène Estienne

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Una cattedrale, perché le cattedrali rappresentano per definizione i capolavori della creatività dell’uomo. Perché di cattedrale si tratta, quando si parla dell’ultima opera di Peter Brook Un flauto magico, andata in scena l’11 e il 12 aprile al Teatro Ristori di Verona, dopo il debutto nel novembre del 2010 al Teatro Bouffes du Nord, a Parigi.
Un pubblico partecipe e festoso ha dato il suo tributo con applausi infiniti a questo ennesimo capolavoro di Peter Brook.
Come ci si aspettava e come solo lui sa fare, il maestro ha lavorato per sottrazione, ha pulito lo spettacolo trovandone l’essenza, confermando ancora una volta la sua cifra stilistica e donandoci l’anima con la musica di Mozart. E Mozart, quando affermava che nella profondità si trovano leggerezza e improvvisazione, è stato profetico nel prevedere o nel chiamare a sé la regia di Brook, che lascia totale spazio alla musica e al testo, con gli attori-cantanti che cantano e recitano liberamente, con il musicista e il pianoforte in scena, tra canne di bambù che modificano il disegno, talvolta in accordo con il ritmo della musica. È come se essa assumesse forma e saltasse sul palcoscenico insieme agli attori, con brio, con gioia, con vivacità; è Mozart che si mette in scena, incarnandosi con Peter Brook che lo prende per mano e lo conduce in questo viaggio teatrale.
Gli attori giocano con la musica, con il musicista e con il testo. C’è freschezza nell’aria!
E poi, il gioco linguistico: il cantato in tedesco, il parlato in francese, qualche dialogo in inglese e italiano, sovratitoli in italiano. Che bello questo rincorrersi, questa spregiudicatezza nell’osare ludico, come la presenza dell’attore-icona Abdou Ouologuem, che si occupa della regia in scena.
Un flauto magico, magico perché lo stesso Brook lo considera una delle tante rivisitazioni dell’opera mozartiana, ripercorsa con uno spessore poetico straordinario che incanta, che lascia gli spettatori in una specie di trance in cui si desidererebbe rientrare.
Poesia e ironia regnano indiscussi sulla scena coinvolgendo tutti nel loro vortice continuo.
Tutti attori-cantanti bravissimi, con particolare riferimento alla presenza scenica di Abdou Ouologuem, caratterizzata da un’essenzialità di gesti e segni meravigliosamente efficaci e indimenticabili.
I colori delle luci e dei costumi ci conducono in atmosfere calde, segnano paesaggi che lasciano tracce negli occhi e nel cuore.
Grazie di questo lavoro, monsieur Brook, aspettiamo il prossimo.

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