Otto episodi di psicologia, religione, follia, omicidi, violenza, desolazione e speranza.

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È proprio vero, a volte il piccolo schermo è al pari del cinema. In questo caso è così. True Detective, otto episodi, sessanta minuti circa per ognuno, diventa un gioiellino raffinato e ricercato con tecniche e fotografia che fanno invidia al cinema e titoli di testa da far ingelosire quelli dei film di James Bond. Insomma: potrebbe essere la serie dell’anno, almeno secondo la sottoscritta.
Il telefilm si presenta come una serie antologica, ovvero ogni stagione è autoconclusiva e ha attori e trame dissimili, mentre il genere resta l’unico punto in comune che lega le svariate stagioni (si possono citare casi simili come i recentissimi American Horror Story e Fargo, oppure il cult Ai confini della realtà dove invece ogni episodio era autoconclusivo).
In questa prima stagione sono presenti nel cast Matthew McConaughey, che mostra la propria bravura e la propria versatilità già viste anche in Dallas Buyers Club e Woody Harrelson (chi non si ricorda di Haymitch in Hunger Games?), rispettivamente nei ruoli dei detective Rust Cohle, detto “The Taxman” (il perché del soprannome verrà spiegato nelle prime puntate), e Marty Hart.
La trama s’incentra sulla ricerca di un serial killer iniziata nel 1995, caso poi chiuso e riaperto nel 2012. Proprio nel 2012 si apre la scena sull’ormai anziano Rust Cohle e, grazie a sapientissimi e ben giustapposti flashbacks, viene raccontata e ripercorsa la sua carriera: il caso dell’assassino seriale e, inevitabilmente, la sua vita che si intreccia all’indagine e al collega Marty Hart. È quasi impossibile elogiare l’originalità di questo telefilm senza parlare della storia, quindi per evitare di raccontarla, si lascerà che la sapienza e la curiosità del lettore lo direzionino verso la visione di questa serie.
Nel corso degli otto episodi, naturalmente, sono presenti piccole lacune, ma nessuno è perfetto, e nonostante tutto Nic Pizzolatto, autore della serie, sa ben focalizzare l’attenzione su ciò che desidera, dosa bene lato freddo e psicologico e lato umano e passionale, e sembra ispirarsi per certi versi ad Alfred Hitchcock e ai piano sequenza di Orson Welles (la serie merita di essere vista solo per i sei minuti di piano sequenza presenti nel quarto episodio che lasciano senza fiato cinefili e neofiti).
La serie è stata già confermata per una seconda stagione, con nuovi attori e nuova storia, e la speranza è che possa eguagliare la prima.
Da vedere; e in lingua originale, per beneficiare dello stile del telefilm nella sua interezza.

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