Successo mondiale in libreria e al cinema per l’americano Stephen Chbosky

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Di certo Stephen Chbosky, quando nel 1999 scrisse Ragazzi da parete, non si aspettava che il suo romanzo avrebbe venduto più di mezzo milione di copie solo in America e sarebbe pure diventato un film, diretto da lui stesso. E se magari se lo aspettava, non sapeva che il successo sarebbe arrivato con tredici anni di ritardo. Il favore del grande pubblico è arrivato solo nel 2012, quando nelle sale è uscito Noi siamo infinito, titolo con il quale viene pubblicato il libro ora. È la storia di Charlie, pseudonimo che si dà il protagonista stesso, che si racconta attraverso lettere inviate a una persona anonima che nemmeno lui conosce. L’ansia per il primo giorno di scuola superiore, le prime feste, le ragazze, la patente, una famiglia unita, i veri amici. Un lungo monologo dal quale emerge un ragazzo che sicuramente si può definire fuori dagli schemi. Estremamente intelligente, come non manca di notare un suo insegnante che gli affida bei libri da leggere. Ma anche diverso, fragile, spesso fuori posto, uno di quelli che quando se ne parla si dice «quello è uno strano». E per capire perché si dovrà aspettare fino all’ultima pagina. Chi dal titolo si aspettava una romantica storia di amore adolescenziale cadrà dalle nuvole già dal primo capitolo, che si apre con il pensiero rivolto a un amico morto suicida. E via così pagina dopo pagina, seguendo Charlie attraverso i racconti delle sue esperienze che toccano sì temi importanti come droghe, omosessualità, violenza e sesso, ma che mancano assolutamente di verve. La tecnica epistolare dovrebbe essere, proprio per l’uso della prima persona, quella più in grado di sbattere in faccia al lettore le emozioni nella loro vividezza. Invece, le lettere di Charlie hanno tutte lo stesso tono, sembra che egli stesso veda da un punto di vista esterno le cose che gli succedono. Manca proprio quell’alternanza frenetica che caratterizza lo stato d’animo di un sedicenne qualsiasi. Il lettore sta dalla sua parte perché incuriosito dalla sua visione laterale del mondo, ma non riesce di certo a trovare una vera connessione con un personaggio così indefinito. Probabilmente l’intenzione dell’autore era proprio quella di sottolineare l’ambiguità di questo ragazzo, che piange per un nonnulla e due secondi dopo fa a botte contro cinque ragazzi, ma nemmeno la rivelazione contenuta alla fine del libro riesce a soddisfare il bisogno del lettore di capire, lasciandolo un po’ perplesso.

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