È uscito il 14 ottobre il decimo album della band che, insieme a Nirvana, Soundgarden e Alice in Chains, fece esplodere vent’anni fa la rabbia del grunge

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Si intitola Lightning Bolt il decimo album in studio della più longeva e fortunata band tra quelle che diedero vita nei primissimi anni Novanta al movimento grunge. Esattamente 22 anni dopo l’uscita del loro primo storico (e stupendo) album, Ten, i Pearl Jam, con una campagna di promozione estremamente efficace e mirata, consegnano al mercato la loro ultima fatica discografica, stroncata da gran parte della critica musicale, a mio parere spesso troppo duramente. Che non sia un capolavoro, siamo tutti d’accordo. Che non abbia soddisfatto le aspettative, gigantesche, è una realtà. Ma se da una parte concordo con queste critiche, dall’altra ritengo che, in ogni caso, non si tratti di un album così disastroso. Un album che riunisce al suo interno, senza mai toccare picchi altissimi, ma senza neanche sprofondare in cadute abissali, brani con caratteristiche molto diverse, sia per quanto riguarda la scelta dei suoni (che comunque, in generale, sono più puliti e meno aggressivi di quelli a cui ci aveva abituato la band di Seattle), che per le scelte stilistiche. Troviamo pezzi legati alle sonorità grunge con influenze rock e punk tipiche del repertorio classico dei Pearl Jam (come per esempio Mind your manners, primo singolo estratto, o My father’s son, o Lightning bolt, pezzo che dà il nome al disco), alternate a ballads (una su tutte Sirens, secondo singolo estratto), a pezzi dalle sonorità più “morbide” e pop (come Getaway, Infallible o Swallowed Whole). Oltre a questi, significativi sono tre brani decisamente influenzati dal lavoro solista del frontman Eddie Vedder (quell’album magnifico che è stato utilizzato come colonna sonora di Into the wild, e che sicuramente costituisce l’elemento di maggior impatto del film), Future days, Sleeping by myself e Yellow moon: sembra quasi, per questi tre pezzi, di essere di fronte a una breve ripresa di quel disco, contenuta e compresa all’interno di questo lavoro.
La rabbia sofferta del grunge lascia il posto a una visione musicale più intimistica, più serena. Sulla soglia dei cinquant’anni, i Pearl Jam sembrano non avere più voglia di gridare il loro disagio esistenziale, per dedicarsi invece a un’esperienza musicale che scaturisce da altre esigenze, da altri catalizzatori interiori.
Svolta pop? Tradimento? Commercializzazione? Aridità creativa? Credo che per quest’album non sia corretta nessuna di queste scorciatoie definitorie. Piuttosto, ci troviamo di fronte a un album di passaggio, multiforme e variegato, indice senza dubbio di un intento da parte della band di approdare a nuove sonorità e suggestioni, che si concretizzeranno presumibilmente nei prossimi lavori. Il cambiamento non è per forza un tradimento, ma può essere anche un’evoluzione che, arrivata a maturazione, può portare a risultati sorprendenti.

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