A Seoul, un alieno naufrago su un’isola, un’aliena naufraga nella vita: quando due vite diverse e accomunate dalla solitudine si incontrano grazie alla Luna.

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Castaway on the Moon è un film del 2009 e, a giudicare dal titolo, potrebbe quasi sembrare di genere fantascientifico con protagonisti alieni che sbarcano sulla terra. In realtà il film parla di tutt’altro, e il titolo è solo la metafora dei pensieri e delle fantasie di una hikikomori, termine giapponese che indica una persona che decide di sua spontanea volontà di estraniarsi dalla vita sociale, chiudendo qualsiasi contatto con gli altri e vivendo segregata nella propria casa, anzi, stanza, davanti a un computer. Tuttavia, forse, il termine ‘alieno’ in qualche modo c’entra ugualmente, e qui è meglio fare un passo indietro.
La Corea del Sud ci regala una perla sul valore della vita e della speranza, con una panoramica sulla società coreana vissuta attraverso gli occhi dei due protagonisti che ne sono le vittime. Lee Hae-jun, regista e sceneggiatore del film, racconta la storia di un uomo pieno di debiti che decide di suicidarsi buttandosi dal ponte del fiume Han ma, senza successo, naufraga sull’isolotto disabitato poco più in là, esattamente l’isola di Bamseom, nella stessa città: Seoul. Dopo circa venti minuti dall’inizio del film compare lei, la protagonista femminile, l’hikikomori appunto, che guarda il mondo esterno attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica che utilizza anche per fotografare la luna di cui è appassionata. La protagonista racconta, con la voce dei suoi pensieri fuori campo, che due volte all’anno si svolge un’esercitazione del corpo della guardia civile durante la quale le strade restano deserte per circa venti minuti, ed è proprio in una di queste esercitazioni che la ragazza punta l’obiettivo sulla città e scorge il naufrago che lei identifica come un alieno atterrato a Seoul. Da qui inizia una corrispondenza epistolare fatta di messaggi nelle bottiglie di vetro e scritte sul bagnasciuga mentre si nota il progresso delle due vite: da una parte l’evoluzione della ragazza che riuscirà a lanciarsi nel mondo esterno facendosi trasportare dalla corrente all’inizio come una naufraga, ma poi più consapevole e coraggiosa, e dall’altra la sopravvivenza dell’uomo, la sua presa di coscienza della vita e il voler raggiungere a tutti i costi uno scopo che diventa la sua speranza, perché la vita umana deve sempre avere qualche obiettivo. Interessante a questo proposito ciò che dice la protagonista femminile: «Sto per assaporare la speranza. Il dono che mi ha fatto quell’uomo. È proprio il gusto della speranza», ma di più non verrà svelato.
Da vedere: quando si ha voglia di un drama-comedy dell’estremo Oriente con trama originale e per il valore della speranza.

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