Grazie a Pieraccioni per avermi suggerito il titolo, ma l’importante è essere convinti che una simile idea possa essere condivisibile

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Mentirei se vi dicessi che a casa mia, durante le partite dell’Inter di questi ultimi anni, fosse mai stata pronunciata tale frase da mio padre: «Guarda te, una squadra italiana nella quale non c’è alcun italiano come titolare! ». E io, a seconda delle annate, rispondevo: «Ma no, papà! Guarda che in porta c’è Toldo, in difesa c’è Materazzi…». E lui, nuovamente: «Sì, va bene, ma un italiano su undici è poca roba». Discussione infinita.
Il siparietto familiare iniziale ci permette di aprire una discussione sulla mobilità mondiale degli uomini e delle donne che si occupano di sport (giocatori, dirigenti, presidenti, azionisti). Dobbiamo ammettere che molte società e club professionistici stanno diventando (o lo sono già) delle sorte di melting pot. Un processo che, decine di anni fa, poteva sembrare anche un piccolo tradimento nei confronti di una possibile mentalità campanilista riassumibile, se volete, in un volgare modo di dire: «Guarda te se c’è bisogno di acquistare un brasiliano. Non si può mica trovare uno delle nostre parti?». Si badi bene: abbiamo scritto brasiliano, ma potevamo anche parlare di inglesi, francesi, argentini, etc. Meno male che una simile mentalità è stata superata: merito di persone che ritengono il talento, la voglia di fare, le capacità atletiche, lo spirito sportivo e/o imprenditoriale e, perché no, una giusta dose di ambizione come dei tratti della personalità umana che devono essere portati laddove possono essere carenti.
Quindi, ed è questo un parere personale che può essere condiviso o meno da chi legge, e che vuole distanziarsi il più possibile dall’aspetto economico e finanziario, ben vengano cervelli stranieri in grado di manifestare idee fresche e innovative, nuovi modelli di pratica sportiva, diversi approcci nelle gestioni societarie.
Il discorso, insomma, vuole avere una profonda impronta culturale, instillando nelle nostre menti la possibilità che quel che viene da fuori potrebbe essere meglio di ciò che è dentro, che magari è fermo da tanto tempo. E noi, come esseri umani razionali, dobbiamo lasciare il giusto tempo a chi è arrivato per dimostrare il valore che ha condotto. Liberandoci dalle proprie ossessioni o dalle altrui accuse di “svendersi” nei confronti del miglior offerente. Perché lo sport è altra cosa.

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