Non può che essere sempre un piacere visitare la celeberrima galleria d’arte

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Non c’è bisogno di scomodare Enrico di Navarra (poi Enrico IV di Francia), che ha dovuto sostenere una mezza dozzina e più di guerre di religione e abiurare un paio di volte la propria fede prima di affermare che «Parigi val bene una messa», per dirvi che una visita alla Galleria degli Uffizi val bene una botta di calore che non si riesce quasi a immaginare. In questo torrido giugno – ma il caldo, mica lo vorreste avere in gennaio, no? – programmare una corsa a Firenze per visitare la Galleria degli Uffizi, provoca, in tutte le persone alle quali confidate questa vostra idea, una reazione di commiserazione mista ad ammirazione. Per la serie, è simpatico e ama l’arte, ma è un po’ fuori di melone. Perché spostare il breve viaggio a ottobre sembrerebbe più sensato: ci saranno tutti i quadri ancora lì, al loro posto, e una ventina di gradi Celsius in meno per evitare di arrostirvi il cranio. Ecco il primo problema: siamo davvero sicuri che tutti i quadri siano e saranno ancora lì? Per quel che mi riguarda, oltre che di Antonello da Messina, sono perso di Raffaello – l’urbinate, si capisce – e la principale ragione dell’arrostitura è rivedere, dopo molti anni, troppi, la Madonna del cardellino. Senza perdermi il Ritratto di Leone X e il celeberrimo Autoritratto del Maestro naturalmente; ma la Madonna, mi inebria. Eh sì, sono legato a questo dipinto da qualcosa che non so; mi ricorda ogni stagione della mia vita, perché quasi con regolarità, diciamo ogni decennio, mi succede qualcosa che mi riporta a questa tavola. Non ancora rivista dopo il mirabile restauro del 2008, che ha restituito l’antico splendore ai colori della tavolozza di Raffaello dopo cinque secoli esatti e i diversi interventi, primo fra tutti quello che racconta Vasari, necessario dopo solo una quarantina d’anni dalla creazione, a seguito del crollo del palazzo fiorentino di Lorenzo Nasi, primo committente dell’Urbinate e dove l’opera era, si fa per dire, conservata.
E poi, a proposito di Raffaello – se state buoni e in silenzio – in un’altra puntata vi racconto di quella volta che cho avuto un attacco di Sindrome di Stendhal. Ma davvero, eh! Stavo visitando il Palazzo ducale di Urbino – non ancora Pinacoteca regionale delle Marche – e sono entrato in una stanza, dove, al centro, su un cavalletto di legno, avevano posizionato la Santa Caterina di Alessandria. Come si fosse trattato di un potente faro, tutta la stanza prendeva luce dal dipinto…
Tornando agli Uffizi, e per farvela breve, la sala 26, dedicata a Raffaello, era chiusa per restauro. Nessun avvertimento sul sito, consultato la sera prima di mettermi in viaggio e nessun avviso nemmeno all’ingresso; molto simpaticamente, quando abbiamo fatto le nostre rimostranze a una funzionaria, ci ha risposto che la sala sarebbe stata riaperta di lì a qualche giorno, e che poteva essere l’occasione per tornare e visitare nuovamente gli Uffizi. Carina, no?
A parte questo “piccolo” inconveniente, ci siamo rifatti la vista con capolavori ineguagliabili.
Subito dopo l’entrata, mi esplodono negli occhi e nel cuore le tre Madonne di Cimabue, Duccio e Giotto. E già qui ce ne sarebbe a sufficienza per sentirsi ripagati dei sei euro e cinquanta di costo del biglietto (domandina ai nostri mammasantissima dei Beni culturali: lo sapete che visitare il Louvre costa giusto giusto tre volte tanto?). Ma poi, nelle sale cinque e sei incontro Lorenzo Monaco e Gentile da Fabriano, nella sette l’Incoronazione della Vergine del Beato Angelico, la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello e la Sant’Anna di Masaccio. Nemmeno il tempo di riprender fiato, ragazzi, che, uno dietro l’altro, adesso ammiro la Nascita di Venere e la Primavera di Botticelli, il Battesimo di Cristo del Verrocchio con l’angelo dipinto dal suo ragazzo di bottega, un certo Leonardo da Vinci, e ancora l’Annunciazione (straordinaria! E non posso non pensare all’Annunciazione nelle Storie della Vera Croce dipinta da Piero della Francesca in Arezzo vent’anni prima, e non emozionarmi) e l’Adorazione dei Magi di Leonardo. La mia meraviglia continua con il Tondo Doni, capolavoro di Michelangelo e unica sua opera su supporto trasportabile, la Venere di Urbino e la Flora di Tiziano, Caravaggio con la Testa di Medusa dipinta su uno scudo da parata dei Medici e il Bacco. Chiudo in bellezza con un’opera della quale si è parlato molto, negli ultimi mesi, la Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi, ricondotta all’attenzione del pubblico da una serie di pubblicazioni dedicate alle pittrici da Vittorio Sgarbi.
Una visita senza respiro, durata quattro ore tiratissime. Malgrado la delusione per non aver rivisto le opere di Raffaello e l’arrabbiatura per la stupidità della direzione degli Uffizi che non si è premurata di avvisare della chiusura della sala, è stato un giorno interessantissimo, che valeva proprio il gran caldo sofferto.

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