Piccola riflessione in tempi di riflettori spenti

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Sono trascorsi diversi mesi, e altrettanti eventi, manifestazioni e incontri, dall’ultima volta che si è discusso sulla legge sul libro, e mi riferisco alla conferenza tenuta in occasione del Book Pride, un weekend che ha fatto la <i>differenza</i> , il 27, 28 e 29 marzo scorso a Milano, città del libro 2015, che tra i numerosi eventi proposti sul tema, ha dato spazio con questo evento agli outsiders del mondo del libro. Si è trattato del primo festival nazionale dell’editoria indipendente, promosso da Odei, l’osservatorio degli editori indipendenti, e organizzata in collaborazione con la cooperativa Doc(k)s – strategie di indipendenza culturale. La realizzazione dell’evento è stata possibile grazie all’autofinanziamento da parte dei 120 editori presenti, che hanno presentato una selezione dei rispettivi cataloghi, ma non solo. La fiera ha proposto ai visitatori un modo diverso di fare editoria, derivato da scelte culturali specifiche di ogni attore della filiera del libro; ma la bibliodiversità non era la sola protagonista, se mai una delle declinazioni possibili di quello che è stato il filo rosso sotteso alla realizzazione dell’evento: la differenza, tema appunto scelto per la concretizzazione della programmazione culturale.

Un’editoria che rimane sempre un po’ in ombra, quella dei medi e piccoli, per minore visibilità, o forse perché rispondenti a logiche diverse da quelle di un mercato ingombrante come quello dei grandi.

L’incontro di sabato 28 ha messo in luce questa forte distanza costruendo un dibattito sulla tanto discussa legge Levi, più precisamente su cosa comporti nella pratica quotidiana la sua abrogazione, e quindi la sospensione del tetto massimo di sconto che questa fissava al 15%, già particolarmente difficile da sostenere, come hanno dichiarato alcuni rappresentanti di librerie specializzate presenti.

L’incontro è stato coordinato da Andrea Palombi, del consiglio direttivo di Odei, Paolo Ambrosini, vice presidente dell’Associazione italiana librai, Samuele Bernardini, presidente delle Librerie indipendenti milanesi, Cristina Giussani, presidentessa del Sindacato italiano librai e Antonio Monaco, presidente Piccoli editori.

L’occasione è stata colta da Odei, tramite il suo portavoce, per presentare una proposta di legge alternativa alla Levi, che tenesse conto della reale situazione in cui vertono i librai indipendenti. Ecco brevemente i punti proposti in questa prima bozza: agevolazioni fiscali per l’acquisto di libri per le famiglie, tetto di sconto massimo applicabile del 5% , con deroga al 10% in caso di fiera, e limite temporale ben preciso per l’applicazione di questi sconti, creazione di un albo specifico che documenti le librerie di qualità, le quali devono rispondere a determinati requisiti proporzionali che riguarderebbero sia la diversificazione del catalogo, sia la fonte dei proventi, infatti si auspica, e si richiede, un 90% e oltre di guadagno derivato dalla vendita di soli libri. Si prevedono poi provvedimenti per aumentare il fondo riservato alle traduzioni di libri italiani per l’estero, un incremento nel finanziamento delle biblioteche da parte dello Stato, che permetterebbe di avere una garanzia di acquisto, da parte delle beneficiare, di un 40% sul totale di spesa di prodotti librari degli editori indipendenti.

Pur ancora incomplete, queste proposte  si vorrebbe dessero la possibilità, una volta attuate, di garantire quel pluralismo, quella differenza tanto invocata, una concreta bibliodiversità, misurata non solo sulla varietà di titoli, ma realizzata pienamente nella possibilità per tutti di competere su un terreno equo.

Ma di perplessità già se ne sono fatte sentire: in discussione c’è ancora il tetto di sconto, che si vorrebbe annullato come in Germania, per tutti; nebuloso anche il riferimento ai fondi che sarebbero da destinare alle traduzioni e alle biblioteche: per le prime si obbietta che la priorità è quella di tradurli in entrata, i libri, per incrementare l’offerta, e implicitamente dare un’alternativa all’acquisto online di materiali che a quel punto non sarebbero più introvabili, per entrambe invece, traduzioni e biblioteche, non è chiaro, nemmeno a Odei, il come e il dove sarebbero recuperabili questi tanto invocati fondi, ma ci si fa coccolare dall’ottimistico pensiero del “se si vuole allora si riesce” un po’ troppo vago però perché un mondo in crisi come quello di cui si discute vi faccia realmente affidamento. Per ultimo poi, non è stato digerito perfettamente nemmeno il punto in merito all’albo delle librerie di qualità: viene da dire bella l’idea, sì, ma non si corre il rischio di imbrigliare i librai in ulteriori cavilli burocratici? E poi, si ha veramente la certezza che la qualità si possa misurare davvero in percentuali?

Forse che sì, forse che no: intanto rimane la certezza di essere d’accordo sul non essere d’accordo. Si è detto anche dell’importanza di costruire una rete forte di comunicazione e collaborazione tra piccoli editori e librai: l’auspicio è che sia questa la base di partenza per revisionare la bozza, che sia questa finalmente una ripartenza differente.

Si spera inoltre di sentire riparlare presto della questione, troppo spesso usata a mo’ di spada o scudo a seconda della convenienza della situazione, facile bandiera da portare o paravento dietro cui nascondersi adducendo una poco concreta impossibilità alla non voglia di cambiare.

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