La Barcaccia mette in scena un gradevole allestimento de La cameriera brillante, con poche sorprese ma molto divertimento

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10_56_are_f1_3000121_1_resize_597_334Un Goldoni in forma, quello che scrive “La cameriera brillante” nel 1754 e che si diletta a descrivere, oltre i tipici intrecci amorosi, anche luoghi e abitudini di una borghesia che ha lasciato per il momento la città lagunare per villeggiare nell’entroterra. Nel consueto gioco dei caratteri non manca l’ancoraggio alla vecchia Commedia dell’Arte, con l’allegra presenza di personaggi-tipo, pescati direttamente da lì. E non manca nemmeno un’omaggio al Teatro, attraverso l’espediente del teatro nel teatro con funzione di Deus ex machina, che tutto combina e tutto risolve.

L’attempato ma ancor pimpante padrone di casa, Pantalone de’ Bisognosi, è invaghito e al contempo succube della propria cameriera, Argentina, mentre le sue due figlie Flaminia e Clarice, differenti per carattere e temperamento, coltivano il medesimo proposito di sistemarsi con i rispettivi pretendenti, Ottavio e Florindo, altrettanto diversi per indole e aspirazioni. Non mancano né i popolani a far da giusto contorno, né i servitori Brighella e Traccagnino (il solito Arlecchino) ad imprimere ritmo e ad animare le manovre dei loro padroni. Ma a dirigere il traffico, conducendo alla fine tutti verso la soluzione attesa, è la cameriera, emblema della scaltrezza e dell’astuzia femminile.

L’allestimento de La Barcaccia, in scena a Verona nel cortile Arsenale con la regia di Roberto Puliero, è un sobrio omaggio al drammaturgo veneziano, offerto al pubblico di oggi nella sua essenza. Le scene di Gino Copelli e i costumi di Kety Mazzi evidenziano la scelta filologica alla base dell’allestimento, così come tutto sommato anche le musiche originali di Giuliano Crivellente, basi per le canzoni eseguite in scena, che commentano e completano gli episodi. Per un testo che, con il senno di poi dello spettatore moderno, non è più portatore di grandi novità, questa scelta interpretativa potrebbe rivelarsi debole, seppur generalmente sicura. Infatti lo spettacolo si mantiene gradevole dall’inizio alla fine, senza tuttavia trascinare e avvincere in crescendo. A ben pensarci però, il testo non manca di sorprendere, se si pensa all’insegnamento che offre agli attori di ieri e di oggi (e anche di domani), nel momento in cui suggerisce di cercare ad ogni interprete il personaggio a lui caratterialmente più distante. Ma tornando alla rappresentazione, ciò che più di ogni altra cosa sostiene bene la messinscena è l’ottima prova degli attori, impegnati con successo in caratterizzazioni molto marcate, che rendono al meglio senza mai essere sopra le righe, con naturalezza, spigliatezza e pulizia.

In conclusione uno spettacolo non particolarmente originale, ma ben calibrato, ritmato e gradevole.

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