Aperta da poco la nuova libreria, inaugurata ora la prima esposizione

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Evidentemente, era scritto nel libro della sua vita che – dopo quei primi scatti fotografici – si sarebbe occupata di editoria, per sempre. Oddio, “primi scatti” è una definizione davvero riduttiva. Intanto, perché Inge aveva lavorato, in precedenza, per un paio d’anni come aiuto di una fotografa di Amburgo, amica della sua famiglia. Racconta di essere rimasta sempre chiusa nella camera oscura, ma sappiamo bene che, per imparare il senso dell’inquadratura quando poi avrai la fotocamera in mano, non c’è niente come starsene per ore e ore sull’ingranditore. E poi, perché quelli che abbiamo visto esposti sulle pareti della nuovissima La Feltrinelli di Verona, al 2 di Via Quattro Spade, non sono sic et simpliciter scatti, ma fotografie. Ritratti. Veri, intensi ritratti!
Qui, rischio di farmi riprendere dalla signora Inge che, già durante la nostra breve ma intensissima conversazione, un paio di volte mi ha corretto. «Fotoreporter, non fotografa». E ancora, «Fotografie, non ritratti». Tutto vero, mica avrei potuto contraddire così la cortese fermezza della Signora dell’editoria italiana, no?
Poi, prendo in mano il volume-catalogo della mostra. Lo sfoglio e guardo le immagini. Lo risfoglio e le riguardo. Ricomincio da capo. Sono proprio dei ritratti. Dei grandi ritratti. Certo, colti “al volo”. Come quello di Greta Garbo, ripresa per la strada, a N.Y.C. Ho detto New York, ragazzi, e non Morterone. Che è pur bellissimo, ma avete presente la folla nelle strade di New York negli Anni Cinquanta? Cammini, vedi qualcuno che ti sembra di conoscere, impugni la tua Rollei (un parallelepipedo che, con il pozzetto aperto, fa almeno 25 x 8 x 8 cm), fai avanzare la pellicola con la manovella e armi l’otturatore, sempre in mezzo a una folla che ti sfiora e avvolge te e il tuo soggetto, inquadri e scatti. Facile, no? Solo che, questa volta, non ne escono foto da strada (le “istantanee” dei paparazzi, insomma. Che, per la storia, esistevano già ma non erano chiamati così: Fellini non aveva ancora girato La dolce vita). Sono dei veri ritratti. Meglio, Ritratti.
Nel ritratto, c’è chi pensa che un bravo fotografo possa cogliere, e mettere in evidenza, l’anima del soggetto. Senza azzardarmi a disquisire se l’anima esista o non, mi limito a ritenere che, il ritratto, esprima l’idea che il fotografo ha del suo soggetto; quindi, come uno scrittore, con esso egli racconta la storia, una storia, della quale quel soggetto sia l’interprete principale. Vera o immaginata che sia, questa è la Storia del soggetto secondo l’Autore della fotografia. Poi, ci possono essere – ci sono, eccome! – le istantenee che documentano che il Tale o il Talaltro quel giorno passava da una certa strada con Tizio. Ma il racconto è cosa diversa. È figlio della forza visionaria e immaginativa che appartiene solo a quell’Autore, e che questi può mettere in scena in un istante. O in mille ore di set fotografico.
Ecco, Greta Garbo. Diva assoluta del cinema per diciassette anni, quando Inge la riconosce ferma a un semaforo di Madison Avenue si è ritirata dalle scene già da un decennio. È sparita dagli occhi di tutti, di quasi tutti. Con un solo fotogramma, Inge racconta la “nuova” vita di una Greta Garbo sola e chiusa nel suo volontario esilio mediatico, mentre cammina tra la gente che non la riconosce. Ma questo racconto non è un Viale del tramonto (come il film di Billy Wilder di due anni prima, che avrebbe voluto la stessa Garbo nella parte che è stata di Gloria Swanson). È, invece, la storia di una dea che è ritornata a essere una donna. In quale altro modo, un fotografo avrebbe potuto realizzare un ritratto più reale di Greta Garbo, nel 1952?
Gary Cooper con un bicchiere in mano e lo sguardo liquido perso nel vuoto, non poteva essere uno scoop, certo. Ma, nella composizione del ritratto dell’attore americano scattato da Inge Schoental nel 1957, irrompe un elemento scenico nuovo, diverso: una bottiglia di champagne, per moltissimi anni compagna inseparabile del Sergente York. Che, con la sigaretta in bocca in un’inequivocabile posa da duro, incontriamo in molte fotografie, ma in una situazione di tanto umana debolezza, forse non abbiamo mai visto.
Anche Fidel Castro, nei celeberrimi ritratti che Inge – qui già moglie di Giangiacomo Feltrinelli – gli ha dedicato, sembra essere sceso dal suo piedistallo di Líder máximo e appare in tutta la sua umanità. La fotografa sembra non far sentire la propria presenza accanto al suo soggetto, e ne racconta l’avventura umana, fino a riprenderlo mentre scrive al tavolino, nell’intimità di un pigiama. Fatto che non intacca, e anzi rafforza l’immagine del grande rivoluzionario. Come è già successo per Hemingway, che dorme sul pavimento del suo soggiorno cubano, o per Picasso, nella straordinaria confusione del suo studio a Cannes.
Il denominatore comune di questa serie di splendidi ritratti sembra proprio questo. Con un colpo d’occhio che, chissà, potrebbe essere la chiave di lettura di tutta la sua vita artistica sia come fotografa sia come editore, Inge Schoental Feltrinelli riesce a isolare l’uomo dalla celebrità, e a raccontarne soltanto la storia umana. Con tutte la sua normalità.
Sommessamente, ma riconfermo. Grandi ritratti, questi di Inge Schoental Feltrinelli. Lasciatemelo dire.

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