Un’interessante visita al MIA ha un finale insperato

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Una bella giornata a MIA Fair, la prima fiera d’arte in Italia dedicata esclusivamente alla fotografia e alla video arte, che si è tenuta dal 4 al 6 maggio 2012 presso lo spazio espositivo di Superstudio Più, a Milano.
La formula secondo la quale è organizzata MIA Fair è decisamente innovativa: in ogni singolo stand, sponsorizzato da una galleria d’arte, è ospitato un singolo artista. Il visitatore si trova, quindi, a vedere tante piccole mostre, ottenendo una migliore comprensione del lavoro di ogni artista; di ciascuno, può avere un fascicolo – esaustivo nelle informazioni per ogni progetto presentato – per comporre il proprio personale catalogo.
Dei circa 250 artisti rappresentati, ho particolarmente ammirato la serie Real Landscapes del tedesco Thomas Wrede (Lethmathe, 1963) che, dal 2004, racconta con le sue immagini l’incontro-scontro tra il naturale e l’artificiale. L’Autore – ricorrendo a elementi di modellismo – ricostruisce scenari apparentemente realistici inseriti in spettacolari ambienti naturali, con lo scopo immediato di ingannare l’occhio dello spettatore e quello, più profondo, di mettere in discussione il rapporto dialettico con la natura e la percezione della realtà, per provocare una critica delle capacità conoscitive dell’uomo, in ambito teoretico, pratico ed estetico.
Un altro vantaggio dello schema espositivo già ricordato, è quello di poter esplorare i mondi dei singoli artisti senza un ordine o un percorso precostituito, seguendo soltanto il fascino attrattivo delle immagini che si affacciano dagli stand. Così, dall’esuberante natura di Wrede, sono passato alla cantina di Jan Saudek. Artista autodidatta e visionario, nato a Praga nel ‘35, per molti anni ha avuto come orizzonte il muro della cantina dove aveva creato il suo studio di fotografo non ancora ufficialmente riconociuto dal regime. Il muro, con le sue macchie di umidità e le sue scrostature, è presente in molte delle fotografie di Saudek e sembra trattenerne, contenendole, le visioni materiali, per lo più erotiche. A mezza parete, una finestra si apre sulle elaborazioni oniriche dell’Artista, che fuggono in avanti con una funzione catartica, tesa a purificare, squarciandola, la penombra della cantina, dove si svolgono tenebrose storie di vita e di sesso.
Tra i molti grandi classici presenti, non ho mancato di rivedere le fotografie di Alberto Korda (Alberto Gutièrrez), che, al seguito della Rivoluzione castrista a Cuba, da fotografo divenne personaggio lui stesso e testimone, nel mondo, della forza spirituale e morale di Che Guevara. Ve lo ricordate il famosissimo ritratto del Che intitolato Guerrillero Heroico?
Sirio Tommasoli nelle sue straordinarie Mappe Albali ha cercato di imprigionare il senso della vita e il suo continuo ripresentarsi alla porta della nostra mente, all’alba di ogni nuovo giorno. Questi fotogrammi in sequenza irrompono – finalmente! – nel quotidiano dell’osservatore e, nel contrasto della loro pacata luminescenza dal blu al bruno della sabbia, lacerano la tenebra di una notte non ancora conclusa esplodendo un autentico cantico alla vita. Se è vero che il buio del vivere quotidiano per ciascuno di noi comincia a un’ora imprecisata, c’è solo l’impeto ricorrente e incontrastabile del risveglio indotto dall’alba che può restituirci una giusta scansione emotiva. «Penso di cercare la vita al di là della mia, forse per rassicurarmi che essa continuerà oltre l’appassionante avventura che temporaneamente mi coinvolge, anche nei segni che il ripetuto nostro passare lascia involontariamente sulla materia senza che rimanga traccia della soggettività che ci illude. Il mondo è nostro finché lo percepiamo, mentre poi torniamo ad appartenergli in una dimensione del tutto impersonale. Così camminando cerco il mio infinito per terra, sull’acqua, nel muoversi del vento».
Finalmente, girovagando tra gli stand, ho fatto l’incontro che, per me, è valso il viaggio a Milano, in un pomeriggio di una primavera meteorologicamente troppo inquieta. Mi veniva incontro con la sua solita aria curiosa Lanfranco Colombo, guardando e commentando con interesse le fotografie esposte. Lui, il padre nobile della fotografia e della critica fotografica italiana, a quasi novant’anni si aggirava felice tra gli stand con la gioia di un bambino all’interno di una di cioccolateria. È stato un incontro commovente: non lo vedevo da alcuni di anni, da quando egli ha deciso di trasferirsi da Milano a Genova. Dopo i doverosi abbracci, e averlo sottratto con qualche fatica all’assalto degli amici e delle troupe televisive che lo volevano intervistare, ci siamo rifugiati in uno stand amico, dove – con l’entusiasmo e la foga di sempre – mi ha raccontato le ultime cose e ho ricevuto in dono una copia del suo libro più recente, Fotogrammi di una vita, racconto autobiografico e, al contempo, storia della fotografia italiana negli ultimi settant’anni.
La vita di Lanfranco si è svolta tra acciaio e fotografia, ed è stata costellata da incontri che rivivono vibranti nella narrazione che si snoda agile e interessantissima. Quasi ad ogni pagina, dai ricordi di Colombo fa capolino un personaggio che, nel proprio ambito, ha lasciato un segno importante nella storia e non solo in quella della fotografia. Lanfranco ce li racconta con una certa nonchalance, ma alla fine sembra quasi di poter allungare un braccio e porgere la mano a Ezra Pound, frequentatore di casa Colombo a Rapallo, o di poter giocare agli indiani con la bimba Ornella Vanoni, o calcare le tavole del primissimo palcoscenico assieme a Walter Chiari.
Ma, naturalmente, è la fotografia che avvolge tutta la storia della vita di Lanfranco Colombo. La fotografia come collante e elemento distintivo di ogni suo interesse; e, poi, gli incontri e le felici intuizioni che hanno consentito anche a ragazzi che cominciavano ad armeggiare con una fotocamera di farsi conoscere dal pubblico e diventare, in breve, fotografi affermati. È praticamente impossibile ricordare la straordinaria avventura di Lanfranco come entusiasta talent scout: è forse cosa più rapida ed efficace rimandarvi alla lettura di un trattato di Storia della fotografia italiana del Novecento! La galleria Diaframma, con tutta l’attività pubblicistica che ha provocato, finché Colombo ha potuto occuparsene è stata una fantastica officina di creatività non solo fotografica, e luogo di incontri altrimenti inimmaginabili. Ricordo ancora l’emozione provata quando, rispondendo all’invito di Lanfranco di introdurre alla Stampa una particolare mostra in Galleria, mi accorsi che l’altro relatore che il padrone di casa mi stava presentando – con la consueta nonchalance – come Emilio, altri non era che Emilio Tadini, pittore, scultore e critico d’arte e di letteratura al “Corriere della Sera”, «uno scrittore che dipinge, un pittore che scrive» come lo definì Umberto Eco.
Sarei rimasto ad ascoltare Lanfranco Colombo per non so quante ore ancora, ma era chiaro che non sarei riuscito a trattenerlo più a lungo lontano dalle fotografie esposte. Ha ripreso la sua visita con l’interesse e l’attenzione di sempre, con la promessa, da parte mia, di rivederci a Sestri Levante per il VI Festival della fotografia “Una penisola di luce”, promosso dal Comune di Sestri e con la sua direzione artistica, il prossimo luglio.

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