La città a portata di app con il geocaching

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Che fare quando un’amica sostiene che sia in atto una specie di caccia al tesoro mondiale, che sotto i nostri ignari occhi sono stati nascosti per anni piccoli oggettini mimetizzati nei luoghi più improbabili delle nostre città, anche in piena vista, che probabilmente il sasso appoggiato sul davanzale tra i vasi di una finestra al pianterreno di un palazzo non è un sasso bensì il contenitore in cui sono nascosti a loro volta rotolini di carta che recano le firme di persone provenienti da tutto il mondo? Se «Evitarla» sembra la risposta più scontata, c’è da dire che in questo caso sarebbe un grave errore. Non tanto per l’amica, ma per l’esperienza che vi perdereste.
Infatti, quello che apparentemente sembra un complotto globale fatto di top secret e mistero ha un nome e un’organizzazione ben precisi: si tratta di Geocaching.
Nato nel 2000 negli USA per opera di Dave Ulmer che, per inciso, stava solo cercando un modo per verificare la precisione del suo GPS, questo fenomeno si diffonde largamente grazie al contributo di Mike Teague e Jeremy Irish, che crea il sito web Geocaching.com per documentare il proprio hobby. In molti, incappati anche per caso sulla pagina di Irish, nasce la curiosità di sperimentare questo gioco ma le ancora poche caches nascoste sul territorio non lo consentono a tutti.
Da qui comincia un effetto domino tale per cui oggi le caches nascoste sono migliaia e disseminate ovunque. Sembrerebbe doversi munire di sofisticate strumentazioni per partecipare alla caccia, ma in realtà basta un telefonino con connessione a Internet: ciò che bisogna fare è scaricare l’app, gratuita, registrarsi e iniziare a cercare. Sulla mappa interattiva dell’applicazione sono segnalate tutte le cache nascoste nei paraggi, non resta che cliccarci sopra e iniziare la ricerca seguendo la bussola, controllando passo passo direzione e coordinate.
Se il primo tentativo lo si fa per curiosità, quelli che seguono… anche. Il geocaching è una scoperta continua, e ciò non riguarda solo lo scopo dichiarato di questa attività, ma il modo in cui siamo abituati a vivere il posto in cui stiamo. Anche la strada del supermercato di fiducia può rivelare qualcosa di nuovo: insieme alla posizione della cache, fornita dall’hider che l’ha nascosta, c’è una breve descrizione del luogo in cui vi trovate, poche informazioni che probabilmente non vi sareste mai dati pena di cercare senza un motivo. Così si scopre il nome di una fontana, l’autore di una statua, la storia del dedicatario di una via. Un’uscita serale a Verona, lasciata la sempre trafficata Via Mazzini, si dimostra essere un bellissimo territorio di caccia per cimentarsi come seekers. Ogni luogo sembra ancora più suggestivo se vissuto come traguardo raggiunto: non avendo la certezza che le coordinate siano precise al cento per cento, il tesoro di questa caccia va cercato metro per metro, centimetro per centimetro, toccando e osservando da vicino luoghi solitamente di passaggio. Lo sguardo più o meno rapido alla facciata del Duomo prima di entrare a visitarlo, per esempio, diventa un’accurata analisi architettonica per cercare di intuire quale punto sia stato scelto perché più adatto a ospitare la cache indicata sulla mappa.
Leggendo i vari logbook contenuti anche nei più piccoli contenitori, scorrendo le firme di chi è arrivato prima di voi anche solo poche ore prima, osservando chi sta guardando nella vostra stessa direzione alla ricerca probabilmente della stessa cosa, vi sembrerà di vedere le cose come se fosse la prima volta. Ovunque andrete, la tentazione di attivare il GPS sarà costante, perché avrete la certezza che non il posto, ma il modo in cui ve lo farà scoprire sarà unico e irripetibile.

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