È morto Lanfranco Colombo, il padre nobile della Fotografia Italiana del Ventesimo Secolo

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Proprio un brutto mestiere, quello di scrivere. Ti tocca farlo anche quando non vorresti. Anzi, non vuoi proprio. Ma “tu scrivi bene, e poi eravate amici”. Amici? Poteva sentirmi suo “amico” un pezzo di Storia della grande Fotografia italiana? Forse sì, mi ricordo che una ventina di anni fa, una mattina sul presto, ha squillato il mio cellulare. Stavo uscendo di casa e mi sono stupito. I miei amici lo sanno bene che io, la mattina sul presto, sono, diciamo, un po’ confuso. Solo dopo il terzo caffè ricomincio a connettere, lo bevo prima di uscire di casa, verso le nove. Lo sapeva anche Lanfranco. Ho riconosciuto subito la sua voce, era in ansia e si scusava per avermi chiamato così presto. «Ho chiamato te per primo, volevo solo accertarmi che tu fossi vivo, mi hanno telefonato per dirmi che un mio amico di Verona è stato male, ha avuto un infarto ma non mi hanno detto il suo nome». Avevo quarantacinque anni – un quarto di secolo meno di lui! – e di poter essere colto da un infarto non mi passava nemmeno per le turbe dei sette sentimenti. Devo aver farfugliato qualcosa, confuso più per essermi sentito definire “amico” che per altro, e un po’ mi dispiaceva di non essere stato io ad aver avuto quell’infarto. Lanfranco Colombo era così. Impulsivo e generosissimo. Vulcanico e nobilissimo d’animo. Mio padre – un altro un pezzo di Storia della grande Fotografia italiana – che non amava Totò, diceva sempre che signori non si nasce, ma lo si diventa. Lanfranco riuniva in sé l’esserci nato, “signore”, e poi l’esserci anche diventato, e ancora mi chiedo come sia possibile una cosa del genere. Se non per lui, che nella Storia della grande Fotografia italiana è stato unico.

L’ho incontrato l’ultima volta a Milano, tre anni fa, sulla porta del MIA. Siamo entrati insieme, a braccetto, ed è stata subito una festa, attorno a lui. Di amici. Voglio ricordarlo così, felice come un ragazzino alla fiera del giocattolo, il mio amico Lanfranco.

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