Dirigere il gioco e i giocatori non è una cosa semplice e si è sempre in balia di un giudizio. Un giudizio che, però, vorrebbe rimanere molto “silenzioso”

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La carriera di un arbitro professionista può assomigliare a quella di un giocatore professionista. Direte voi, in che senso si possono assomigliare? La risposta, proposta da chi vi scrive, è semplice: il legame tra le due categorie è il tempo. Sia l’una che l’altra, infatti, raramente proseguono oltre i 40-45 anni di età della persona.
Ora, tuttavia, andando avanti con le nostre righe, concentriamoci sul rapporto tra il direttore di gara e coloro che cercano di portarsi a casa la vittoria. E dalla riflessione che seguirà, infatti, emergeranno alcune innegabili differenze.
I giocatori giocano, cercando di conciliare abilità fisica e conoscenza tattica. È il loro mestiere. L’arbitro, invece, insieme ad alcuni assistenti, ha il compito di governare l’incontro, tentando di giudicare il comportamento degli atleti presenti dentro e fuori dal campo secondo un regolamento prestabilito e, naturalmente, in base alla sua particolare sensibilità. È il suo mestiere.
Con il fischietto ha la facoltà, o meglio, il potere di interrompere il gioco quando ritiene che vi sia una scorrettezza che merita di essere punita con un fallo. Con il fischietto, o meglio, senza adoperarlo, può anche decidere di lasciar proseguire un’azione che per qualcun altro doveva essere fermata. Con il fischietto sancisce la fine della sfida.
È nella classica natura dell’arbitro l’essere criticato, prima o poi, da presidenti, società, giornalisti. Chi sceglie una simile via deve metterlo in conto sin da subito. La forza che deve manifestare, però, deve andare oltre le critiche. In poche parole, non deve lasciarsi schiacciare da esse o cadere nella loro angusta trappola. Qualche volta dovrebbe recitare una sorta di mea culpa per gli errori commessi e piuttosto evidenti, qualche volta andrebbe elogiato per una condotta di gara decisa, corretta e senza intoppi.
Ma qual è la sua massima e segreta aspirazione? La risposta, proposta da chi vi scrive, è semplice e, probabilmente, rivelatrice della maggior differenza fra lui e i giocatori. Quando dell’arbitro si parla poco, ciò significa che ha svolto un buon lavoro.

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