A quasi un secolo dall’uscita del romanzo, il regista australiano propone la sua versione. Stroncata da critici e fan

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C’era grande attesa per l’uscita de Il grande Gatsby, quell’attesa che di solito permea quei film hollywoodiani pubblicizzati in lungo e in largo, che puntualmente vengono candidati all’oscar e sono costati una cifra che potrebbe risanare le casse degli stati africani. La curiosità prende il sopravvento e si va al cinema. A questo punto, finita la proiezione, la sottoscritta si è chiesta “se tornassi indietro, pagherei di nuovo tot euro per rivederlo?”. La risposta è no, decisamente no. Una premessa importante da sottolineare: è lapalissiano che chi guardi un film dopo aver letto il corrispondente libro affronti la questione con un animo diverso. C’è voglia di vedere le differenze, voglia di fare un confronto, paura di rimanere delusi, speranza che sia all’altezza. In questo caso l’aver prima letto il libro ha peggiorato le cose, perché il divario con la trasposizione cinematografica colpisce più di una pallonata in faccia. Due ore e passa di immagini di feste, alcool, auto di lusso, drammi esagerati, il tutto farcito con qualche frase filosofica. Si, è vero, sono i ruggenti anni Venti, c’erano davvero il jazz, i bei vestiti, le donne accattivanti, i party dei ricconi. Ma come può un regista, bravo come è Baz Luhrman, cercare di interpretare un romanzo che ha fatto la storia dimenticandosi di spiegarne il vero senso che sta alla base? Se si legge ciò che ha scritto Fitzgerald, si capisce dalla prima riga che quello che deve emergere è quello che sta dietro: il mondo di lustrini serve solo a coprire la solitudine dei personaggi, la mancanza di dialoghi veri, gli affetti per convenienza, i soldi che possono comprare fino ad un certo punto. Invece ci ritroviamo a guardare a tutto schermo gli occhi da pesce di Tobey Maguire (il famoso Spiderman) che in tutta la sua carriera ha mostrato di saper alternare ben due espressioni facciali diverse, assolutamente inadatto a ricoprire un ruolo fondamentale come quello di Nick Carraway. La performance di Leonardo DiCaprio è l’unica cosa che la critica ha salvato di questo film: lui è un bravo attore, cresciuto di qualità nel tempo, ma in questo contesto si è adeguato allo standard e non ha reso quello che realmente è il Gatsby creato dallo scrittore. Insomma, tutto troppo finto, tutto troppo plastico, tutto troppo hollywoodiano, che può piacere veramente solo all’americano medio abituato a tutto ciò. Se il prossimo febbraio agli Oscar verrà assegnato qualche premio sentiremo Francis Scott Fitzgerald rivoltarsi nella tomba chiedendo giustizia, e avrà tutta la solidarietà possibile.


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