Troppo poco conosciute le donne che aderirono al movimento che le “disprezzava”

Pubblicato il da nella categoria: Arte.

Volevo raccontarvi di Olga, o meglio, di Barbara. Così si faceva chiamare Olga Biglieri Scurto, ribattezzata poi “Barbara dei colori” quando aderì con passione e inventiva al Futurismo italiano. Lei fu tra le donne più entusiaste di far parte di quel movimento che, agli occhi dei più, era quello che voleva “uccidere il chiaro di luna”, che predicava una rivoluzione di una famiglia troppo simile a una “mescolanza di vecchi, invalidi, donne, bambini, porci, asini, cammelli, galline e sterco” e che sosteneva, glorificandolo, il “disprezzo della donna”. Volevo raccontarvi di lei, solo di lei, ma non si possono trascurare tutte le altre, da Maria Giannini a Enrica Piubellini, collaboratrici della rivista “Poesia” e autrici di tavole parolibere di gran importanza per il movimento. C’è stata poi Giannina Censi, aerodanzatrice che di Marinetti interpretò le poesie del nuovo secolo con una danza “disarmonica, sgarbata, antigraziosa, assimetrica, sintetica”, insomma pienamente futurista. Bellissima e libera da vincoli, Giannina rivive oggi nelle sue memorie, condite anche da aneddoti divertenti come quello in occasione di un’esibizione a Brindisi: «Ci regalarono un enorme cesto, non di fiori, ma di legumi! Cipolle, carote, cavoli, peperoni, zucchine e altro, tutti riuniti in bella vista, tanto che facemmo una foto ricordo. Cesto che poi lasciammo al portiere del teatro che ci ringraziò per il magnifico minestrone che avrebbe poi gustato». E poi Tina Cordero che firmò Velocità, capolavoro del cinema futurista*. E allora perché tutte queste donne ad animare e rinvigorire un movimento che sembrava disprezzarle? Semplicemente perché il Futurismo voleva solo rovesciare i concetti più banali di femminilità, voleva una donna libera, indipendente, aggressiva e capace di gettarsi nel mondo con assoluta indipendenza. Non era più la donna privata dalle sue energie, debilitata dalla morsa del “guinzaglio” familiare. La donna, le donne, dovevano essere «un esercito agguerrito ed anticonvenzionale di scrittrici, intellettuali, pittrici, fotografe, cineaste e danzatrici, pronte a tutto, soprattutto a rovesciare i concetti più banali di femminilità», come scrive lo storico dell’arte Gabriele Simongini. Ma chi era invece Barbara? Barbara nasce a Mortara ma il suo destino è legato prima a Novara, dove si forma in un ambiente conservatore e borghese e poi a Verona, dove entra a far parte del gruppo futurista Umberto Boccioni, dedicato proprio al più grande della loro schiera di artisti. Il gruppo, nasce qualche anno dopo la morte dell’artista, anche per questioni anagrafiche di chi lo compone. Boccioni muore infatti nell’agosto del 1916 e quelli che saranno i componenti del futuro gruppo erano nati da poco tempo. Qui, nel gruppo, Barbara conosce Ignazio Scurto, giovane poeta che sposa e dal quale avrà due figlie. Non era un “tipo da ago e filo”, la madre se ne era accorta. Le sue amiche dicevano “o Signore, questa vola”. Lei era così. Ha iniziato presto a colorare, coadiuvata poi da un pittore classico del novarese, tal Lampugnani. Agli studi, segretamente, frequenta lezioni di volo a vela facendo così emergere, sempre più, il suo carattere avventuroso, fuori dagli schemi che la portò, appena diciottenne, a ottenere il brevetto di pilota. Tutto questo si traduce nella sua seconda passione, l’arte. Qui rompe gli schemi, in tutti i sensi. Soggetti, colori, tecnica, prospettiva… tutto tende al movimento. Da qui nascono le tele Vomito dall’aereo e L’aeroporto abbranca l’aeroplano. Sapeva ciò che voleva: «Essere l’unica donna pilota e pittrice del movimento». Ci riuscì e lo fu. Partecipò nel 1938 alla Biennale di Venezia per volere di Marinetti risollevando, assieme agli altri veronesi, le sorti di un movimento che, dal punto di vista artistico, cominciava a risentire di un certo decadimento. Furono proprio i veronesi a dedicare il nome del loro gruppo a Umberto Boccioni, il più “grande della (loro) schiera di artisti”. Furono sempre loro a provocare come non mai, in un decennio, che di lì a poco, li avrebbe coinvolti tutti nel terribile vortice della Seconda Guerra Mondiale: l’inizio della fine. L’ultimo quadro di Barbara di quell’epoca così frenetica e accesa fu Battaglia aerea. Ma non c’è più il trionfo. Non ci sono più le grandi scene di guerra. Il soggetto ora è il decadimento delle prodezze aree, la morte. «Due arei duellano in volo, un altro precipita lasciando una scia scura e in basso un profilo di donna», forse proprio lei, Barbara, che assiste alla scena. È il 1943 quando scompare dal movimento futurista e si dedica alle sue due bambine, rimaste orfane di un padre che le ha, a malapena, conosciute. Poi, devastata dal dolore per un passato che, con ammirevole coerenza e lucidità, mai negò ma che l’avesse coinvolta, seppur sommariamente, nell’esaltazione dell’aggressività, aderì prima al movimento femminista per poi approdare al pacifismo. Nel 2000 è stata candidata al Premio Nobel per la pace. Questa era Barbara, una donna futurista che deve essere ricordata. Che dovrebbe essere studiata anche a scuola, cosa che invece, inspiegabilmente, non avviene.

Condividi:Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Email this to someone

LA VOCE DEL PADRONE La voce del padrone B3
QUINTAPARETE
VERONAÈ TV
Già, può sembrare strano! Talvolta stima e amicizia di una persona ti colpiscono inaspettatamente. E ti trovi compiaciuto. Fu così che un giorno di diversi…