Dalla terra al cielo e viceversa: nel mezzo, l’acqua. E una città

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«Piove sul giusto e piove anche sull’ingiusto; ma sul giusto di più, perché l’ingiusto gli ruba l’ombrello». Lord Bowen

Sto cercando l’ispirazione giusta. Potrei star davanti al portatile per ore, scrutando il foglio bianco che mi si para davanti e scivolando su e giù con la rotellina del mouse, come se in fondo alla pagina potessi recuperare un’idea convincente.
Paura di una pagina vuota? No, l’horror vacui assilla, forse, le grandi penne della letteratura.
Scorgere in un atlante un posto qualsiasi di cui parlarvi, chiudere gli occhi, far girare il mappamondo, fermarlo e puntare il dito. Bang! Ecco la mia preoccupazione.
Lasciare tutto al caso senza lasciare che sia questo a decidere per me, perché se quel giorno di novembre il dito si appoggia sull’Islanda e io son davanti al computer con maglione di lana e coperta di pile, può essere che quel mappamondo giri e giri finché non pesco ciò che, in quel momento, può fare al caso mio. Nostro, dunque.
Oggi cambio metodo: decido che vale la pena fermarsi in Italia, a Orvieto.

Per due motivi:
1) fuori piove e Orvieto, ahimé, ha una recente esperienza di cosa voglia dire “pioggia”… alluvione.
2) mi piace pensare che parlare di viaggi non sia dare un elenco di ristoranti chic e terme charme. In un viaggio s’incontra di tutto, anche le tracce che una valanga d’acqua si è lasciata alle spalle in un momento di follia naturale.

Italia, abbiamo un problema: non essere dimenticati. È capitato a tanti, dall’Aquila al Veneto alluvionato per finire con il terremoto dell’Emilia – pochi si ricordano che “l’amico” Terry ha colpito anche Mantova. Il terrore di affogare nel dimenticatoio delle disgrazie italiane ha contagiato anche gli abitanti di questa cittadina umbra al momento ancora in provincia di Terni.
Paesaggio ricco di laghi, fonti termali e tufo, modellato nei secoli dall’intensa attività vulcanica. Fiumi? Sì, ci sono anche quelli. Corsi d’acqua i cui nomi non ci dicono nulla, se non in caso di emergenza. Arroccata su una rupe di tufo, Orvieto domina le valli del Paglia, principale affluente di destra del Tevere, e del Chiani.
Maestosa, la cittadina, originariamente nota come Volsinii Veteres, prospera in epoca etrusca, viene distrutta dai Romani nel 264 a.C. e ignorata per anni, per risorgere solo in epoca medievale, quando è scelta come residenza da molti Papi.
Un gioiellino sospeso tra cielo e terra, incastonato nel cuore del Belpaese a pochi Km dal lago di Bolsena (il più grande di origine vulcanica in Europa e quinto per dimensioni in Italia), Orvieto va scoperta dalla testa ai piedi.
Orvieto underground, le sue radici. Certo, l’anglicismo underground ha poco a che vedere con la civiltà etrusca, ma ha quel tocco di international che la lingua italiana non riesce, forse, a veicolare. Un labirinto di grotte scavate nel corso dei millenni, un avvicendarsi di cunicoli, passaggi inaspettati e nicchie.
Dal buio sotterraneo ai riflessi della cattedrale dell’Assunta, meglio conosciuta come il Duomo, meraviglia del gotico italiano. Travertino bianco e grigio, basalto e mosaici dorati, perfettamente amalgamati fra loro, sembrano essere stati combinati apposta per essere immortalati nelle foto dei turisti. Non basterebbe un articolo per rendere giustizia alla bellezza di questo monumento: del resto, 300 anni di lavori la dicono lunga sulla storia di quest’opera.
Alti e bassi: dall’ambizione di toccare il cielo con lo slancio delle guglie gotiche alla profondità, ben 62 metri, del pozzo di San Patrizio, voluto nel 1527 da papa Clemente VII, in fuga da Roma, dove era in corso il saccheggio per mano dei Lanzichenecchi. L’ingegnosità del progettista, Antonio da Sangallo, è tale che la sua struttura a doppia elica permetteva il trasporto dell’acqua in superficie senza intralcio per uomini e muli. Due portoni, opposti, danno l’accesso a due scale a chiocciola, una per la discesa e l’altra per la risalita, non comunicanti fra loro: 248 scalini per raggiungere il fondo e pescare l’acqua, attraversare un ponticello di legno e ripartire per riveder la luce.
Acqua, il “combustibile” che per un secolo ha permesso il funzionamento della funicolare Bracci, dal nome di colui che finanziò il progetto nel 1888. Chiusa negli anni ’70, la funicolare è stata riprogettata e rimessa in funzione nel 1990. Stesso tracciato, senz’acqua.
Strano, il mondo. Perché quella funicolare, una volta ad acqua, parte da Orvieto Scalo, dove l’acqua, caduta il 12 novembre scorso come fosse impazzita, ha sommerso fabbriche e case, senza distinzione alcuna.
Piove sul giusto e sull’ingiusto. L’ombrello c’è, ma non è abbastanza grande.
Alti e bassi, questo è il punto. Ci sono nella vita. Ci sono anche in una città.

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