In Trance è l’ultimo film di Danny Boyle, che vede tre personaggi coinvolti in un viaggio ipnotico tra arte, ossessioni e inganni da cui emergono ricordi che si vorrebbero dimenticare.

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Con In Trance, anzi, semplicemente Trance per mantenere il titolo originale, Danny Boyle dimostra di saper realizzare un film mai noioso, a tinte forti, con un bel ritmo e che sa intrattenere per circa un’ora e quaranta minuti, sebbene il binomio “realtà-finzione” sia ormai un tema trito e ritrito. Insomma, a dispetto di tutto, il nostro sa giocare bene le sue carte, utilizzando come metafora uno degli argomenti presenti nel film stesso; già, perché il protagonista, incarnato da un poliedrico James McAvory, un assistente di una casa d’asta very british, era in passato un giocatore di poker, quasi un fly-by-nighter, ora indebitato, poiché non sapeva destreggiarsi al massimo con le carte. Ma torniamo un attimo indietro. Di cosa parla il film?
Prendete delle ossessioni tipiche, tra cui per esempio una donna e il gioco, poi c’è un ragazzo appassionato d’arte (oppure ossessionato?) che si mette in affari con una gang di francesi tosti capitanati da Franck, alias Vincent Cassel, per rubare un dipinto di Goya, spartire con loro il ricavato e risanare i suoi debiti di gioco. Durante il furto, però, qualcosa non va secondo i piani. I patti non vengono rispettati. Il nostro Simon, questo è il nome di McAvory nel film, vuol fare l’eroe e cerca di strappare il dipinto dalle grinfie di Cassel, nonostante ne sia complice, ma l’esito non è quello sperato. Simon, dal suo intento, riesce solo a guadagnarne un colpo in testa e una forte amnesia, mentre Franck resta a bocca asciutta quando scopre che la borsa che ha rubato non contiene il bramato Goya, ma solo la sua cornice. Intanto l’assistente d’asta, rinsavito, è ancora prigioniero dell’amnesia che non gli permette di ricordare dove sia il dipinto. A questo punto inizia una caccia nella mente dove l’unica carta rimasta da giocare è quella dell’ipnosi. L’amnesico, dietro consiglio di Franck, inizia una serie di sedute con una sensuale terapeuta, interpretata da Rosario Dawson, che entrerà nei meandri della sua mente fino a svelare misteri ancor più oscuri di quelli pensati. Qui la trama s’infittisce come una ragnatela dove il ragno che la tesse è l’insieme delle ossessioni stesse (sarà così?). È un viaggio nelle manie, nelle paure e nelle allucinazioni più lugubri che dovrebbero restare sigillate nell’inconscio, ma che vengono a galla grazie a un colpo, e forse è meglio così.
Tutto sommato il film è gradevole proprio perché stimola curiosità a voler risolvere l’enigma, ma svelato quello non resta altro, se non elementi già visti in altri film. Fondamentalmente parla delle solite cose, di ciò che è reale e ciò che è solo immaginario, di inganni, raggiri e trappole; la marcia in più è la regia di Boyle che sa rendere questo miscuglio di ingredienti comuni un “tortino” godibile seppur indigesto che induce lo spettatore a volerne sapere di più, a esserne attratto e allo stesso tempo ad averne repulsione, ma forse è questo l’intento. Inoltre da non dimenticare il bel lavoro di montaggio e l’inserimento di un dipinto inquietante come elemento scenografico. Ecco, non a caso è stato scelto il macabro e, appunto, ipnotico dipinto di Goya, Streghe nell’aria, che influenza le menti dei personaggi, degli spettatori e della fotografia stessa in quanto continuo richiamo all’arte. In definitiva Boyle, con questo film, ci propone un luna-park in apparenza esilarante, ma che, ahimè, ha giostre usurate; ci vende l’inganno, con stimoli interessanti e labirinti in cui addentrarci, anche se resta pur sempre un inganno, certo, con un finale coerente, ma che lascia un retrogusto di insoddisfazione.
Da vedere da soli, quando si ha voglia di scervellarsi un po’, senza aspettarsi chissà cosa e infine per il dipinto di Goya.

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