Appunti di una passeggiata in punta di dita

Pubblicato il da nella categoria: Società.

Leggere che Palazzo Ducale devolverà gli incassi della mostra di sabato 18 ottobre alla città di Genova, scoraggiata per l’ennesima volta da un’alluvione, mi fa pensare che avere a malincuore deciso di non visitare l’esposizione dedicata a Capa quest’estate non sia stata solo un’occasione persa, ma in qualche modo una mancanza verso la città. Il senso è di non aver fatto la mia parte per qualcosa che, però, non si poteva ancora immaginare.
D’altro canto, per le poche ore che avevo a disposizione per la mia gita decisamente fuori porta, optare per una bella camminata sembrava la scelta più ragionevole.
Arrivo a Genova verso le dieci, reduce da quel travagliato percorso che chiamano A7, e fiduciosa lascio la macchina in un parcheggio improvvisato a quindici minuti di autobus dal centro. Scendo di fronte alla stazione e dirigendomi verso il principio di Via XX settembre non realizzo ancora di essere entrata in un bellissimo imbuto: gli spazi sono ancora abbastanza ampi da non svelare alcunché. Non avendo punti di riferimento, decido di fare la ribelle e compro una cartina. Di quelle di carta. Anzi: plastica, in realtà. Mi godo il momento di imbarazzo in cui la tabaccaia toglie quel tantino di polvere depositata su questo oggetto del mistero e si parte davvero. Il tempo di inciampare due o tre volte cercando di piegarla nel modo corretto e dare un’occhiata sbadata alle solite vetrine cittadine, e ho già un appunto da fare: quella fantastica pasticceria sulla sinistra che ha catturato la mia attenzione sarà il mio addio serale a Genova. Cammino in direzione del centro storico e la magia accade: gli spazi si stringono e il cielo si alza, gli scorci tra i palazzi mi fanno desiderare di potermi fermare più a lungo in serata per potermi godere un buon bicchiere di vino in uno di questi localini arrampicati tra le viuzze, ma il caldo scaccia il pensiero. Arrivo quasi distratta in piazza De Ferrari e mi perdo volentieri nei dintorni o, per meglio dire, nella prima libreria adocchiata. Proseguo in direzione San Lorenzo e aspettando che apra al pubblico mangio un panino decidendo i passi successivi. Trattengo a stento l’entusiasmo quando riesco a indicare la strada a due turisti, pienamente soddisfatta del mio supporto analogico. Finalmente riesco a visitare il Duomo, poi Palazzo Ducale e una piccola libreria esoterica scovata lì di fianco. Riemergo in Piazza Matteotti e un venticello caldo porta odore di mare. Giusto, e il mare? La successione di pieni e vuoti che ho ormai alle mie spalle si apre definitivamente su uno strano relitto che altro non è che il Neptune di Roman Polanski ancorato al pontile. Buono a sapersi. Annoto la mia ignoranza sulla cartina facendo l’ennesima sosta nella libreria del porto e proseguo sul lungomare. Supero l’Acquario, il Museo del Mare, e termino la mia granita nel giardino di palazzo Doria. Posticipate dal mattino, rimangono alcune incombenze di cui occuparsi: prima tra tutte la celeberrima focaccia da assaggiare; e finalmente bere un buon caffè, il primo della giornata per certi versi, escludendo dalla categoria quello mattutino in Autogrill, che non poteva nascondersi dietro l’accompagnamento musicale di Via Garibaldi per sembrare buono almeno nel ricordo. È quasi sera quando, osservando la ricostruzione della casa di Colombo in piazza Dante, rifletto sul fatto che più che una giornatina turistica la mia è stata una passeggiata biblio-gastronomica, e decido di chiudere in bellezza ripensando alla pasticceria di Via XX settembre.
Purtroppo, gli errori si fanno.
Non ho avuto modo di accorgermi in tempo di ciò che la città mi suggeriva fin dal mattino, eppure è così evidente, a posteriori. L’emozione più sbirciata nelle facce degli altri turisti è stata senza dubbio la sorpresa: questo senso di stupore nel trovare mosaici policromi, giardini panoramici, antiquari fiabeschi in improbabili contenitori dipinti con lo spray, grandi piazze alla fine di stradine incastrate tra le case. Insomma: gira l’angolo, ché ti aspetta qualcosa di meglio. L’avessi fatto anche quell’ultima volta, non mi sarei rimessa sulla strada di casa dopo un ultimo spropositato e vecchio-di-due-settimane morso d’addio alla città.

Condividi:Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Email this to someone

LA VOCE DEL PADRONE La voce del padrone B3
QUINTAPARETE
VERONAÈ TV
Già, può sembrare strano! Talvolta stima e amicizia di una persona ti colpiscono inaspettatamente. E ti trovi compiaciuto. Fu così che un giorno di diversi…