Palazzo Grimani a Venezia ha ospitato, dal 13 luglio 2012 fino alla fine del mese di settembre, una mostra di fotografie straordinarie, che vanno guardate, e lette, in silenzio, senza funambolismi interpretativi

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Avanguardia culturale squisitamente italiana, il Neorealismo ha trovato nel cinema e nella narrativa la propria espressione più profonda. Da Ossessione, diretto nel 1943 da Luchino Visconti e fino a Umberto D. nel 1952 da De Sica – attraverso capolavori assoluti come Roma città aperta (1945) e Germania anno zero (1948) di Roberto Rossellini e, soprattutto, Ladri di biciclette (1948) ancora di Vittorio De Sica – il cinema italiano ha indicato la strada del riscatto culturale a un Paese che, da un ventennio, era precipitato nella falsità stereotipata della cultura ufficiale di regime e del cinema dei “telefoni bianchi”, che insisteva su come tutto andasse per il meglio, anche quando era palese come la situazione bellica, e soprattutto morale, del Paese fosse in gran parte già precipitata.
Gran sacerdote – ma soprattutto inventore e guida – del movimento, in ogni sua sfaccettatura espressiva, è stato Cesare Zavattini, che ha saputo tradurre in manifestazioni creative il bisogno che gli intellettuali italiani sentivano di impegnarsi direttamente nella ricostruzione della realtà sociale e politica della Nazione, attraverso una rappresentazione che fosse “reale” e non più fasulla perché manipolata dal regime. Il legame con la rinnovata realtà socio-politica fu determinante nell’elaborazione della nuova poetica, in ogni disciplina.
Ma come ha ben precisato Italo Calvino, nella sua prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno, «il neorealismo non fu una scuola, ma un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, specialmente delle Italie fino allora più sconosciute dalla letteratura». All’interno di questa visione, troviamo una serie di “voci” – molto spesso polifoniche – di artisti che hanno raccontato la loro Italia con la medesima partecipazione. Essi consideravano arte la pura manifestazione del pensiero, indipendentemente dallo strumento al quale si facesse ricorso per esprimerlo. Essenziale solo che questa esteriorizzazione avesse un’anima, e dunque che contenesse e restituisse un’emozione realistica.
Dunque, in Italia anche la fotografia si risveglia dall’incubo dell’occupazione e della guerra civile sotto la luce cruda del Neorealismo. Anch’essa – al pari delle altre forme di espressione artistica – lavora alla ricostruzione della coscienza civile degli italiani, adottando una concezione di arte che si materializza in un racconto “realistico” della realtà, attraverso la cronaca degli avvenimenti, senza la mediazione dovuta all’interpretazione dell’artista.
È proprio della fotografia la scena artistica nella quale reale e realistico si scontrano e si incontrano maggiormente. Così, poteva succedere che anima ed emozione contenute in un’immagine, ora riletta sotto la luce neorealistica, superassero il valore dell’istantanea: poco importa se il Legionario di Capa sia stato messo in posa o colto nell’attimo della morte, perché il fotografo, nel dare il suo crudo messaggio contro la brutalità della guerra, è intervenuto con la ricerca di un punto di vista sincero e quasi infantile nel raccontare la realtà. Questo è il senso vero del Neorealismo fotografico.
Quindi, non solo il neorealismo preso sulla strada – quello del fotogiornalismo di Mario De Biasi, per intenderci – ma quello più formale di Mario Giacomelli o di Cesare Colombo, e del Vittorini di Conversazione in Sicilia e di Uomini e no, che non manca di mettere in evidenza – riproducendole – le storie più cupe vissute dal paese “reale”, in quegli anni di grandi difficoltà materiali e sociali.
Dopo tanti anni di oscurità visuale, i periodici di grande formato conquistano le edicole, riconsegnano al Paese la voglia di vedere e, al contempo, restituiscono ai fotografi italiani – che vivono ancora una stagione d’incertezza interiore tra arte e documentazione – la forza espressiva oscurata dalla modestia intellettuale imposta, a propria immagine, dalla propaganda fascista. Nasce la prima rivista tutta di fotoromanzi, “Bolero Film”, edito da Mondadori e, soprattutto, “inventato” da Cesare Zavattini.
Con la pubblicazione del Manifesto del gruppo fotografico La Bussola, sul numero 5 della rivista “Ferrania” del maggio del 1947 e firmato, tra gli altri, da Giuseppe Cavalli (già tra i fondatori del Circolo Fotografico Milanese, nel 1930) e Luigi Veronesi, nasce, a Milano, il Gruppo fotografico La Bussola, per promuovere «una fotografia astratta, metafisica» segnata da una grande purezza formale; una fotografia lontana «dal binario morto della cronaca», e che sostiene, fermamente, che «un documento non è arte».
In contrasto con questa visione conservatrice, nel 1948 alcuni fotografi veneti, tra i quali Paolo Monti e Gino Bolognini, fondano la La Gondola, con l’intenzione di sostenere «una fotografia dal carattere prevalentemente “lirico realista”». In questo pensiero, si riconoscono in breve molti giovani, come Fulvio Roiter, Bepi Bruno e Gianni Berengo Gardin. Pochi anni più tardi, nel 1955 a Spilimbergo, Italo Zannier – raggiunto successivamente anche da Fulvio Roiter e Gianni Berengo Gardin – dà vita al Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia, che propone una fotografia aderente alla realtà sociale, secondo i canoni del Neorealismo.
In modo autonomo e comunque lontano da quanto avviene in Italia, in Germania si sviluppano movimenti fotografici in reazione alla cultura ufficiale imposta dal regime, sconfitto anche sul piano culturale. Otto Steinert organizza nel 1951 la prima di tre mostre, con il titolo Fotografia soggettiva; da esse, un’intera corrente stilistica prenderà nome e stilemi creativi. Nel catalogo della mostra “Subjektive Fotografie 2” del 1954, Steinert scrive «Ci sentiamo sempre più obbligati a incoraggiare ogni genere d’iniziativa creativa che contribuisca attivamente a produrre un’immagine fotografica elaborata e attuale e che stimoli una reale sensibilizzazione alla qualità fotografica dell’immagine». Le sue principali tecniche espressive – come le stampe in negativo, le solarizzazioni, i contrasti netti, le inquadrature anguste spesso alla ricerca di effetti surrealisti – riprendono i più grandi fotografi americani, come Man Ray, e soprattutto László Moholy-Nagy.
Non sembri, questa lunga premessa, un frivolo esercizio del sapere. Per i più giovani, che non l’hanno vissuto e possono averlo smarrito anche in riferimento al cinema, ci è sembrato indispensabile ricordare il territorio culturale nel quale si è sviluppato il Neorealismo fotografico, e dal quale si diffondono anche gli Echi neorealisti nella fotografia italiana del dopoguerra/, la bella mostra fotografica organizzata attraverso una selezione di sessantatrè immagini tratte dall’Archivio storico del Circolo fotografico La Gondola. Sotto l’egida della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico di Venezia (che nel 2010 ha dichiarato di eccezionale interesse storico e artistico le 5316 fotografie conservate presso l’Archivio storico del Circolo Fotografico La Gondola), Palazzo Grimani a Venezia ha ospitato dal 13 luglio 2012 fino alla fine del mese di settembre questa mostra, che risulta soprattutto come un «riconoscimento al noto circolo veneziano per aver saputo impedire la dispersione di un importante patrimonio, costituito da immagini che garantiscono una testimonianza acuta e indagatrice su di un’epoca».
Le straordinarie fotografie di alcuni autori tra i più importanti degli Anni ’50 ci conducono in un viaggio reale – o quanto meno neorealistico, ma assolutamente commovente – attraverso l’Italia della ricostruzione e degli inizi del boom economico, offrendoci la testimonianza di un Paese che, da rurale, si stava via via trasformando in industriale e capitalistico, senza riuscire a superare il baratro delle sperequazioni sociali che avrebbero portato, poi, agli scontri degli Anni Settanta e Ottanta. Tra tutte, una magnifica occasione di vedere, o rivedere, nello splendore delle stampe originali ai sali di bromuro d’argento, le opere – fra gli altri, e in ordine sparso – di Berengo Gardin, Scattola, Del Pero, Migliori, Ghiglione, Branzi, Gasparotto, Quiresi, Bruno, Pepi Merisio, Robino. E, poi, uno dei poetici nudi in bianco e nero di Mario Giacomelli.
Una mostra importante, soprattutto oggi che viviamo immersi nella cosiddetta civiltà dell’immagine. Ma parlare di immagine senza conoscere il valore espressivo del neorealismo fotografico e gli echi e gli influssi che questo movimento ha indotto nel mezzo secolo successivo alla sua morte – per il cinema, ci piace di più, e ci dispiace, parlare di “assassinio” – è come guardare ai nostri nipoti volendo ignorarne gli antenati. Una mostra di fotografie straordinarie, che vanno guardate, e lette, in silenzio, senza funambolismi interpretativi.
In ordine alfabetico, hanno esposto: Enrico “Gigi” Bacci, Vincenzo Balocchi, Angelo Begelle, Gianni Berengo Gardin, Carlo Bevilacqua, Gian Lorenzo Bigaglia, Gino Bolognini, Giuseppe Bolla, Piergiorgio Branzi, Bruno Bruni, Giuseppe Bruno, Alfredo Camisa, Mario Cattaneo, Carlo Cisventi, Rinaldo Cortese, Carlo Cosulich, Bruno Cot, Sergio Del Pero, Toni Del Tin, Ernesto Fantozzi, Stanislao Farri, Ferruccio Ferroni, Mario Finocchiaro, Riccardo Gasparotto, Giovanni Ghiglione, Giorgio Giacobbi, Mario Giacomelli, Carlo Mantovani, Laura Martinelli Stroili, Pepi Merisio, Nino Migliori, Paolo Monti, Giulio Parmiani, Vittorio Piergiovanni, Ezio Quiresi, Luciano Regini, Stefano Robino, Fulvio Roiter, Bruno Rosso, Luciano Scattola, Carlo Trois, Giuseppe Zanfron, Italo Zannier.

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