Una mostra dedicata a otto artiste ebree del Novecento che hanno saputo dare un contributo alla vita culturale del nostro Paese.

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In occasione della Giornata europea della Cultura Ebraica, il Comune di Padova ha accettato positivamente la proposta di accogliere nelle sale del Centro culturale San Gaetano la mostra Ebraicità al femminile: otto artiste del Novecento, a cura di Marina Bakos con la collaborazione di Virginia Bragadel. L’esposizione offre uno sguardo interessante sulla produzione di alcune artiste ebree che hanno partecipato attivamente alle scene culturali novecentesche.
Paola Consolo, Eva Fischer, Alis Levi, Gabriella Oreffice, Adriana Pincherle, Charlotte Radnitz, Antonietta Raphael, Silvana Weiller; sono donne viaggiatrici legate dalla frequentazione dei salotti culturali italiani ed esteri più animati del panorama culturale del Novecento. Otto artiste quasi sconosciute che, loro malgrado, hanno dato un forte contributo all’innovazione artistica di quegli anni. Una su tutte Antonietta Raphaël, collega e moglie di Mario Mafai, la quale ha partecipato come unica donna alla costruzione del celebre movimento della Scuola Romana di via Cavour. A lei è stato dedicato lo spazio più ampio della mostra, con l’esposizione di una ventina di opere che vanno quasi a costituire un sunto monografico della sua produzione. Religione, sogno e famiglia sono i temi che emergono dagli accesi cromatismi delle tele e dai bronzi acefali dell’ultimo periodo.
Camminando tra le sale del Centro culturale San Gaetano, si apprezzano la complessità e la peculiarità della produzione di queste artiste che hanno saputo ritagliarsi uno spazio privato, lontano dalle turbolenze politiche del secolo ed esclusivamente votato al dibattito culturale. Reminiscenze post-impressioniste, simbolismo ed espressionismo pittorico si intrecciano nelle tele, fino ad arrivare ai monocromatismi contemporanei. Ognuna di queste donne è stata capace di rielaborare personalmente gli insegnamenti del passato e farli convivere con le scelte del nuovo secolo in un gusto strettamente personale e di filtrare la propria soggettività attraverso i temi personali della famiglia, della religione, del quotidiano. Temi del privato che soffrono di una nota nervosa, di qualche tratto deformato, specialmente nella produzione dagli anni Trenta al secondo dopoguerra. Probabilmente una scelta cosciente, quella di non fare i conti con il dramma della Shoah, al quale solo la Fisher ha dedicato una piccola parte della sua opera; sono tele che rimandano all’onirico, agli spazi reconditi della memoria che si costruiscono attraverso i simboli della deportazione. Sono immagini piene, tragiche, squarciate dal filo spinato, eretto a simbolo del campo e della guerra. «Sono labirinti della memoria che appartengono a una sensazione – spiega Eva Fisher nell’intervista pensata per questa mostra –, sono un simbolo della tragicità; un segno e un colore non bastano». I quadri della Fisher presentano uno scorcio singolare sulla produzione testimoniale del dopoguerra, di quella che Elio Vittorini chiamava «funzione consolatoria della cultura».
Una passeggiata per queste sale offre un ventaglio di riflessioni inaspettato; non solo illumina i ruoli e gli spazi che queste donne hanno saputo ritagliarsi nonostante la loro condizione di inferiorità sociale, ma è anche una sinossi artistica delle tendenze pittoriche italiane ed europee dagli anni Venti a oggi.
Questa iniziativa fornisce uno spaccato interessante sulla vita di queste donne e valorizza, forse per la prima volta, il loro contributo alla costruzione del secolo della modernità.
Un’esposizione che rimanda ai temi delicati della minoranza culturale e di genere, nondimeno capace di stimolare una riflessione sul ruolo della cultura tout-court, che riporta all’orecchio le dissertazioni di Elio Vittorini sulle pagine del “Politecnico” riguardo la costruzione di «una nuova cultura, capace di lottare contro la fame e le sofferenze […] che le combatta e le elimini».

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