La fotografia è arte? E perché si fotografa?

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Nell’era digitale, questa sembra un’impresa piuttosto complessa, perché le fotocamere “inquadra e schiaccia” hanno maledettamente semplificato/complicato questa attività, che si divide tra il documentaristico e l’arte vera e propria.
Già nei primi anni del Novecento, si era cominciato a discutere se la fotografia meritasse, o non, la qualifica di “arte”. A gettare il sasso nello stagno del dibattito – tutt’altro che tranquillo, in quegli anni caratterizzati dall’esplosione delle avanguardie pittoriche – fu Alfred Stieglitz, che, nell’editoriale del primo numero della sua nuova rivista “Camera Work” dedicata interamente alla fotografia, parlò di quest’ultima come «mezzo di espressione individuale». Più tardi, definì la fotografia come mezzo autonomo in grado di riflettere «il soggetto stesso, nella sua sostanza e personalità». Ancora più penetrante, Paul Strand appena qualche anno più tardi elaborò una codificazione formalistica dell’immagine fotografica, collocando al centro del suo interesse il fotografo-artista piuttosto che il soggetto: la fotografia è il risultato di una «visione intensa» da parte dell’autore che esprime la massima potenzialità del soggetto soltanto attraverso mezzi strettamente fotografici, senza manipolazione (di derivazione pittorica) come il ritocco e alcuni effetti stilistici, come il flou, che Stieglitz aveva già definito fasulli.
Tutto chiaro e definito, allora? A voler essere precisi, giusto quarant’anni prima di Stieglitz Charles Baudelaire nel suo Il pittore della vita moderna aveva demolito la visione dell’arte come “imitazione” della natura, proponendo la figura di un nuovo artista paragonato allo specchio. L’Autore de I fiori del male proponeva una visione cinematica dell’arte, dove la luce è il medium e la tela non è la rappresentazione di una cosa ma la proiezione di un’immagine “interiore” del mondo reale, così come farebbe uno specchio che, della realtà, dà sempre e sotanto un’interpretazione. L’arte diventa la proiezione di una sorta di paesaggio interiore, proiezione dell’impressione (la visione intensa di Strand) che l’artista ha del suo soggetto. Per capire meglio questo concetto, si potrebbero raffrontare fra loro due ritratti fotografici aventi come soggetto lo stesso Baudelaire: uno di Etienne Carjat del 1863, assolutamente pittorico, è la rappresentazione del Poeta, l’altro di Nadar, del 1855, mette in evidenza tutta l’impressione che l’Artista ha del suo soggetto.
A questo punto sì che è tutto chiaro e definito! La fotografia è arte perché, esprimendosi attraverso di essa, l’artista interpreta il suo soggetto secondo la visione interiore che ne ha.
Ma con la fotografia di documentazione, come la mettiamo? Intanto, dobbiamo distinguere tra fotografia di documentazione e fotografia di documentazione. Cominciamo dalla grande fotografia di documentazione. Avete presente il Legionario di Robert Capa? C’è qualcuno, che non ha capito proprio niente, il quale – attraverso lo studio di altri fotogrammi di questa celeberrima immagine della Guerra di Spagna – cerca di capire e di dimostrare che Capa non colse il legionario nell’attimo della morte, ma lo mise in posa per scattare la sua fotografia. Può cambiare qualcosa secondo voi? Il messaggio contro la brutalità della guerra che Capa ha voluto lasciarci è forse meno intenso, meno forte, se la fotografia non è reale ma “soltanto” realistica? Qualche tempo fa, ho chiesto a Mario De Biasi – il famoso fotogiornalista della rivolta di Budapest del ’56 – se qualcuno dei suoi scatti più famosi fosse frutto di una organizzazione di scena, oppure se tutti fossero dovuti, sempre, al suo colpo d’occhio e alla prontezza di riflessi. E a un po’ di fortuna, naturalmente. Come risposta, ne ho avuto una sonora risata! L’aspetto essenziale di una foto di documentazione è che essa abbia un’anima, che contenga e trasmetta emozione. Almeno un po’ di emozione, naturalmente.
A questo punto, il valore di una fotografia si sposta sulla valutazione della qualità e della quantità di emozione che essa è in grado di suscitare nell’osservatore. Quanto più universale sarà il valore emotivo dell’immagine, tanto più elevato sarà il suo contenuto artistico. Insomma, quando un tizio chiama a raccolta gli amici per somministrare loro qualche migliaio di noiosissime fotografie, quasi tutte uguali, scattate nel corso dell’ultimo viaggio nel Klondike, compie un’operazione artistica solo su coloro ai quali sarà riuscito a trasmettere un filo di emozione. Cioè quantomeno su sé stesso e sulla propria compiacente fidanzata, diventando, per tutti gli altri, una specie di pericolo pubblico n. 1.
La prima fotografia della storia dell’umanità, il cortile della casa Nicéphore Niepce visto dalla finestra della sua stanza, come soggetto in sé e per sé non avrebbe poi molto per regalarci emozione; ma, visto tutto ciò che essa rappresenta, se passate da Austin non mancate di andare a vederla presso l’Università del Texas, dove essa è conservata. Malgrado la non significatività del soggetto, l’emozione è assicurata.
Tornando al nostro amico e alle sue fotografie del Klondike, nel guardarle attentamente ci dobbiamo chiedere quale sia il particolare che ghermisce la nostra attenzione; se sia un particolare che, trascendendo il mondo reale del soggetto, appartiene al mondo visionario dell’autore e da questo riesca a colpire anche noi. Ecco, quando fosse così, quando questo punctum c’è e lo identifichiamo chiaramente, la fotografia assume le caratteristiche dell’opera d’arte. Dal momento che è in grado di far vibrare le corde dell’anima di un osservatore in risonanza con quelle dell’autore.
Guardando un’ultima volta una fotografia di una miniera del Klondike, e non riconoscendo nulla di quello che Barthes ha così puntualmente codificato, viene da chiedersi perché il nostro amico l’abbia realizzata. Ma perché gli faceva piacere avere un ricordo emotivo di quel momento, naturalmente! Allora, per lui quella foto ha un certo valore, ma questo non significa che essa possa assumere i contorni dell’opera d’arte. Rimane solo un ricordo per lui, e questo è più che sufficiente per giustificarne l’esistenza.
Un artista, quindi, è chi riesce a esprimere qualcosa di universalmente – o almeno diffusamente – riconosciuto, indipendentemente dal mezzo che egli ha adottato per lanciare il suo messaggio. In questo modo, l’artista “comunica” con l’universo, anche se non è necessario che la sua sia una comunicazione finalizzata a qualche scopo.
Riassumendo, abbiamo visto che si fotografa per arte e per il piacere di avere un ricordo di un certo istante della propria vita (avete mai comprato una di quelle bocce di vetro che racchiudono un monumento della località che state visitando? Sono estremamente kitsch, ma devo confessarvi che ne ho almeno un centinaio…). Comunque si fotografa moltissimo, fortunatamente. Ma, sfortunatamente, non tutti si rendono sempre conto di non riuscire a penetrare la dimensione dell’Arte.

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