A poco più di un mese da #ioleggoperché, alcune considerazioni sull’evento

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Presentata il 9 febbraio scorso, ha già fatto molto parlare di sé: si tratta dell’iniziativa #ioleggoperché, promossa dall’Associazione Italiana Editori con la collaborazione dell’Associazione Librai Italiani, Associazione Italiana Biblioteche e del Centro per il Libro e la Lettura.
Il progetto è stato strutturato in modo da coinvolgere direttamente non solo gli attori tradizionali dello scenario del libro, editori e librai, ma porta apertamente in primo piano i lettori, i quali si faranno, in quest’occasione, messaggeri della lettura, e non solo in senso figurato: iscrivendosi tramite l’apposita sezione del sito dedicato www.ioleggoperche.it è infatti possibile, per chi lo desiderasse, diventare in prima persona promotore dell’iniziativa.Ioleggoperché
In che modo? Semplice: grazie alla rinuncia ai diritti da parte degli autori interessati sulle opere selezionate è stata creata ad hoc una collana di 24 titoli, che riprende il nome dell’iniziativa, che i messaggeri incaricati avranno l’onere/onore di distribuire a un altro lettore o, preferibilmente, non lettore; un dono speciale, insomma, per incoraggiare con un gesto e un oggetto concreto l’avvicinamento alla pratica della lettura. Sarà inviato un kit di 12 libri di due diversi titoli della selezione prevista a ciascun messaggero, che successivamente avrà il compito di passare, come un ideale testimone, all’Italia che non legge.
L’iniziativa e gli eventi collegati convergeranno il 23 aprile in un’esplosione mediatica, momento questo non scelto casualmente: ricorre in quella data, infatti, la Giornata Mondiale del Libro e del diritto d’autore, patrocinata da UNESCO, occasione in cui, dal 1996, si tengono manifestazioni in tema per riflettere, e continuare a farlo, sul mondo dell’editoria, ciò che gli orbita intorno, su problematiche e prospettive per il settore. Il 23 aprile è conosciuto anche con la denominazione di Giornata del Libro e della Rosa, perché la tradizione, nata in Catalogna, vuole che nel giorno di San Giorgio, santo patrono, ogni uomo doni una rosa alla sua donna.
Quindi, l’omaggio rimane, ma dal floreale si passa al cartaceo.
È questo quindi l’ennesimo progetto volto a risollevare le tristi sorti in cui si è imbattuto il nostro Paese, almeno per quanto riguarda il calo dei lettori, che già da qualche anno divide sostanzialmente l’Italia a metà. E si può dire che ci sia una profonda spaccatura anche rispetto alle posizioni in merito a questo stesso progetto.
Tante le polemiche, relative agli aspetti più diversi: chi ha espresso disappunto sul fatto che la selezione di titoli proposta peschi solamente dalla prosa escludendo la poesia, scelta compiuta sulla base di una presunta “facilità” della narrativa che agevolerebbe i più lontani dalla lettura e quindi meno avvezzi, implicitamente anche meno capaci, ad approcciarsi a un testo scritto; chi ha sottolineato come quegli stessi libri non siano adatti a incoraggiare, ma piuttosto a scoraggiare possibili lettori in potenza, ma, come dire, de gustibus; chi invece non capisce perché, tra le tante edizioni dei titoli che compongono la collana, spesso e volentieri mandate in resa perché invendute, un non-lettore dovrebbe improvvisamente vedere la luce e convertirsi perché sulla copertina del libro che gli si porge nell’occasione spicca l’hashtag #ioleggoperché.
Tra tutte le discussioni nate trovo che quest’ultima sia la più interessante, perché a sollevarla sono le librerie, non di catena ovviamente, che si muovono con difficoltà rispetto alle concorrenti non indipendenti.
È un’obiezione legittima, la loro, che ne fa venire in mente molte altre: come, per esempio, un libro non scelto personalmente, potrebbe convertire alla lettura? Ok, sì, è un pretesto, uno stimolo, bene accetto anche, perché è gratis.
Ma gratis lo sono anche i prestiti in biblioteca.
E a questo punto dell’ideale dibattito mi sembrerebbe di sentire l’improvviso silenzio di una platea incredula che si tradurrebbe poco dopo in mormorio imbarazzato. E le frasi man mano sussurrate assomiglierebbero molto alle solite dette ad alta voce sul piacere del libro, il profumo della carta, la soddisfazione del possesso. Tutte cose però, queste, che non hanno nulla a che vedere con l’atto in sé, ma piuttosto con l’abitudine di un oggetto rimasto uguale a sé stesso per secoli.
Quale ruolo svolgono veramente queste iniziative nei confronti della lettura, se lo spazio di riflessione è così prepotentemente occupato dal libro, tanto che un’esperienza, a detta di tutti, così preziosa, da difendere e proteggere, viene ridotta a vuoto aforisma, condiviso mediaticamente come chiara e insindacabile prova del proprio status di lettore, e addirittura lettore “forte”?
Alla fine, francamente, ciò che passa da tutto questo e che viene superficialmente da pensare è che sia quel tanto gratificante possesso a poter fare in qualche modo la differenza. Così, mentre l’interlocutore entusiasta approfitterà delle polemiche per sbandierare ai quattro venti che «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza», ovviamente nei libri, sia ben chiaro, l’interlocutore pensoso cercherà di ricordare anche i passaggi che precedono e seguono l’orgogliosa citazione e, con grande rammarico, probabilmente ammetterà, nonostante l’edizione integrale della Commedia lo osservi dallo scaffale mediano della bella libreria di ciliegio, che il libro può anche farsi «galeotto», congiungendo come ideali amanti soggetto e narrazione, ma non veramente garantire l’attecchire della fascinazione. Purtroppo.

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