La chiusura della libreria dei veronesi, emblema di una cultura in decadenza

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Se volevamo una conferma del fatto che molti italiani – troppi! – pensano che con la cultura non si mangi, proprio come ha sostenuto l’ex ministro Tremonti circa sei mesi fa, ecco che dalla nostra Verona ci arriva una nuova dimostrazione di questo asinesco assioma.
“L’Arena” di mercoledì 21 marzo 2012, a pagina 14, riporta, di taglio basso, una notizia che, a qualcuno, ha fatto fare un balzo alto sulla sedia. Il pezzo è intitolato Addio a Ghelfi&Barbato, la libreria dei veronesi, e tra le trecentosessantasei parole che lo compongono non appare il vocabolo “cultura”. Vi si parla di concorrenza, di logiche di mercato e di dio denaro, ma la cultura, anzi la Cultura, qui è il convitato di pietra. Eppure, quando una libreria deve chiudere perché altre – nuove o innovative – hanno aperto, il primo fatto che appare, in tutta la sua drammatica evidenza, è la mazzata alla cultura, se è vero che il numero totale di libri venduti nell’unità di tempo non aumenta: si è solo spostato il luogo di acquisto!
Eppure, il libro è lo strumento principale di diffusione della cultura e le librerie sono i templi di questa devozione. Ma non tutti i templi sono uguali fra loro, non credete? Senza nulla togliere alle immense cattedrali di proprietà diretta delle Case editrici, le librerie “indipendenti” sono i luoghi dove possiamo trovare molto di più che un “insieme di fogli stampati, di forma e misura uguale, ordinati secondo un dato ordine, numerati e cuciti insieme in modo da formare un volume, fornito di copertina o rilegato”. Troviamo il titolo uscito di classifica da settimane o mesi, magari vecchiotto di qualche anno. Troviamo il libro del piccolo editore, quello che non si può nemmeno affacciare alle librerie di catena perché non ha la distribuzione, non ha le tirature, non ha il best-seller; però ha il saggio, tirato in appena 2.500 copie, quello che noi cerchiamo, che vogliamo leggere. Ma soprattutto, nella libreria indipendente, troviamo un consiglio, una guida, un parere; troviamo un “libraio”, che ha scelto di fare questo mestiere perché ama i libri, proprio come noi. Non è semplicemente un commesso, che oggi vende libri ma domani potrebbe essere nel reparto audiovisivi, e dopodomani in tutt’altro settore merceologico: è un libraio, propone e “vende” cultura.
Il nostro, si sa, è il Paese che possiede il più grande patrimonio culturale al mondo. Forse è per questo che siamo così impegnati a distruggerlo, anche per legge. Come con la legge Levi, che prevede, da parte dei librai, uno sconto massimo del 15% praticabile sul prezzo di copertina di un libro. In tutti gli altri paesi d’Europa, la norma impone sui libri il prezzo fisso o consente uno sconto massimo del 5%: gli editori, che possiedono dappertutto le catene di librerie, non possono tenere alto il prezzo di copertina e poi fare sconti maggiori nei loro punti vendita (fate un giro in una di queste librerie di catena, oltre a passare una bellissima ora tra i libri, vedrete che, quasi sempre, i titoli dell’editore proprietario sono scontati almeno del 25%). Meglio per il consumatore, penserà qualche sprovveduto. No, peggio! Molto peggio, perché far morire le librerie indipendenti significa far morire i piccoli editori, e tutti quegli autori che scrivono cose scomode, o semplicemente difficili da gestire. Significa far morire la Cultura e anche la libertà di opinione, e quell’articolo 21 della nostra Carta costituzionale, che, ogni tanto, bisognerebbe rileggere. In più, significa pagare un prezzo di copertina “gonfiato”, ogni volta che non si accede allo sconto delle catene librarie.
Possibile che nell’Italia dei mille e uno garantismi, dove si trova sempre qualche scilipoto che promuova e faccia promulgare una legge per la tutela e la difesa della zanzara tigre (che, tra l’altro, non è nemmeno una specie autoctona) nessuno abbia pensato di difendere i templi della cultura più importanti? Proprio come le storiche librerie indipendenti – ce n’è almeno una, o due, in ogni città – oggi specie in via di estinzione.
A Verona abbiamo (o devo scrivere avevamo?) Ghelfi&Barbato, di Via Mazzini. Adesso, niente facili populismi né romanticismi d’effetto. Quando la libreria chiuderà, qualcuno perderà il lavoro. Ma è cosa alla quale siamo purtroppo abituati, in questi tempi di governi tecnici e «di concorrenza, di logiche di mercato e di dio denaro»; qualcun altro, perderà un luogo della memoria, ma anche questo non può e non deve essere un problema. Il vero guaio è che tutti, ma proprio tutti, perderemo un luogo dell’anima, dove alimentare la mente e il cuore, dove continuare a far vivere lo spirito (che, il corpo, l’abbiamo già dato in appalto a cose che chiamano snack sushi e fast). All’angolo tra Via Mazzini e Via Scala ci faranno un bel negozio di scarpe, anzi di mutande – ma quanti culi hanno gli italiani che comprano tutte ‘ste mutande? – con buona pace della Cultura e del signor Tremonti.
A nessuno fischiano le orecchie?
Le stesse orecchie che dovrebbero fischiare a molti, se affrontassimo, una volta per tutte, il problema della cultura e dell’arte nel Bel Paese.
Ci avete mai pensato al fatto che, se in Italia facessimo quattro semplicissime cose, potremmo non avere più problemi di Leggi finanziarie per tappare buchi economici? (Sì, lo so che sarebbe necessario, prima, tagliare le manine a quei politici che, i nostri quattrini, li scialacquano in mille maniere. Ma questo è un altro film, prossimamente sui nostri schermi…).
Vediamola, allora, questa check-list delle cose da fare. Primo, consolidare, restaurare e mettere in sicurezza i musei italiani esistenti. Secondo, adibire a musei quei palazzi pubblici, abbandonati a sé stessi e all’incuria da decenni (qualcuno sa a cosa serva, in questo momento, l’ex carcere veronese del Campone? E Castel San Pietro? Vogliamo parlare dell’Arsenale?). Terzo, esporre in questi spazi le migliaia, avete letto bene ragazzi, ho scritto migliaia, di opere d’arte buttate – sì! Buttate! – nei magazzini dei nostri fatiscenti musei. Quarto, far pagare un vero biglietto d’ingresso, diciamo 18,00 euro, ai miioni di turisti che vengono in Italia soprattutto per vederne le preziose bellezze artistiche e si trovano musei chiusi per assenza di personale, per pioggia (Brera) per diosolosacosa. Adesso do i numeri, in ordine sparso. A Brera, per vedere il Cristo Morto di Mantegna, riescono a entrare circa 850.000 visitatori all’anno. Al Louvre, 18.000.000. Guardate gli zeri di differenza, e vi sentirete male. In quasi tutti i musei d’Europa, il biglietto d’ingresso costa 18 euro. In Italia, quasi sempre 8,00 euro. A volte, all’estero, ho pagato un biglietto per vedere poco o nulla. A Berlino, ho visitato la mostra dei Ritratti del Rinascimento: 20,00 euro di ingresso, 101 opere esposte delle quali oltre novanta di maestri italiani, moltissime provenienti in prestito da musei italiani: ne avevo visto la pubblicità sui principali quotidiani nazionali. Al Museo di Castelvecchio di Verona, si conservano almeno un migliaio di pregevoli opere che non hanno spazio per essere esposte.
Allora, svegliamoci! Salviamo la nostra vera ricchezza, la Cultura e l’Arte che da sempre il mondo ci invidia, ci ammira e ci saccheggia. Custodiamone i templi, siano librerie o musei, facendone il vero motore di un nuovo Rinascimento. Che di Braghettone ne abbiamo avuto già uno alla Cappella Sistina, ed è bastato!

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