Proteine e grassi, CO2 e ossido di azoto: l’altra faccia di manzi, polli e maiali

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«Ti rende sempre un po’ nervoso aprire una scatola di sardine e vedere cinquanta occhi che ti osservano». Milton Berle

Quanta ne mangiamo?
87,5 o 92 Kg a testa ogni anno: queste le stime del consumo pro capite di carne per noi Italiani secondo due rapporti, uno della FAO, Food and Agriculture Organization, l’altro di Eurispes.
Numeri significativi che, tuttavia, non ci consentono di essere al primo posto della classifica: la medaglia d’oro va agli Stati Uniti, con 122,8 Kg di bistecche & company a testa.
Gotta a parte, “la malattia dei ricchi” associata a un eccesso di proteine animali nella dieta, gli effetti negativi sull’ambiente rischiano di diventare pesanti, quasi indigesti per l’ecosistema terrestre.
Il nocciolo della questione sarebbe da ricercare in una fettina di carne (specialmente se di bovino): è proprio lei, la carne, al centro d’importanti studi.
Il latino carnem ci dà informazioni di scarso valore nutrizionale: più utile il sanscrito kruras, “sanguinoso”, poiché, da che mondo è mondo, la ciccia è rossa. La sinistra non c’entra: la “colpa” di un simile colore va attribuita all’abbondanza di mioglobina ed emoglobina di vitelli, manzi, cavalli, maiali, senza tralasciare ovini e caprini. Di bianco rimangono il pollo, il tacchino e il coniglio.
Rosso, bianco e nero, perché, dati alla mano, non ci sono altre tinte per definire lo scenario prospettato: 56 sono i miliardi di animali macellati a fronte di una popolazione di 6,8 miliardi di abitanti, considerando che un abitante del Burkina Faso ha minori possibilità di cibarsi di questo alimento rispetto a un cittadino di New York.
15.500 sono i litri di acqua necessari per produrre 1 Kg di carne di manzo, mentre la CO2 emessa è pari a quella liberata nell’aria da un’auto che percorre 250 Km (circa la distanza che separa Bolzano da Modena) sommata all’utilizzo di una lampadina di 100 watt accesa per 20 giorni consecutivi.
Più di 18 milioni, invece, sarebbero gli animali vivi trasportati ogni anno, anche su lunghe distanze, nell’Unione Europea: l’Italia è uno dei principali importatori di carne di bovino, sia fresca che surgelata, da Francia, Germania, Polonia e, oltreoceano, dall’Argentina.
CO2 e ossido di azoto, uno dei gas serra più nocivi e persistenti (capace di imprigionare 300 volte più calore dell’anidride carbonica e di resistere per 100 anni nell’atmosfera), sfruttamento da parte del settore zootecnico del 30% delle terre del pianeta e del 70% di quelle destinate all’agricoltura, rilascio di inquinanti, erosione del suolo dovuta ai nitrati, eccessivo consumo idrico: queste sono alcune delle criticità evidenziate dal rapporto L.A.V., Lega Anti Vivisezione.
Il menu delle preoccupazioni a tavola si allunga: oltre a calorie e grassi ci tocca tenere in considerazione che quella fettina di carne di manzo nel piatto costa, in termini ambientali, 4.5 Kg di CO2.
Possiamo sempre riscattarci con il contorno, magari un broccolo, responsabile di solo lo 0.181 Kg di CO2 o un pomodoro, che porta sulla coscienza il consumo di 13 litri di acqua.
La soluzione? Difficile prevedere se la proposta dell’UE di tassare la carne per scoraggiarne il consumo funzionerà. I conti potrebbero non tornare: del resto, i contributi della PAC, la Politica Agricola Comunitaria, tendono a privilegiare proprio il settore della ciccia, concedendo lauti sussidi governativi, a discapito del reparto “frutta e verdura”.
Abolirla dalle tavole? Non credo che la salvezza del mondo dipenda da questo, nonostante vari luminari abbiano speso parole contro il “cibo sanguinoso”. In medio stat virtus: un nuovo studio propone di ridurne il consumo di 3 Kg a testa ogni mese, un sacrificio più affrontabile rispetto all’abbandono definitivo della carne. Oppure, meno bovino e più pollame e suini: già, perché manzi e parenti stretti detengono il primato di maggiore impatto ambientale, da 4 a 8 volte maggiore di quello dei polli e 5 volte tanto quello dei maiali.
Pianeta più verde senza il rosso e il bianco?
Ma che fare se nemmeno tutti i fagiolini dell’orto sono bravi allo stesso modo? Prendendo come punto di riferimento il nostro Paese, i fagiolini freschi raccolti in Svizzera in estate hanno un impatto dieci volte inferiore se confrontati con quelli importati dall’Egitto. Fagiolini coltivati sul posto in serre riscaldate? Meno CO2 dovuta al trasporto ma alti costi energetici per la climatizzazione delle serre. Meglio quelli della Spagna, dove il clima mite consente di risparmiare sul riscaldamento? No: il viaggio dalla Spagna all’Italia incide molto di più che dalla Svizzera a noi.
Non è detto, dunque, che meno carne corrisponda sempre a meno inquinamento.
Vi rende nervosi aprire una scatola di sardine e sentirvi addosso tutti quegli occhietti? Tranquilli: con una scatola di fagiolini potrebbe andarvi anche peggio…

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