Paolo Nutini al Castello Scaligero di Villafranca

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L’atmosfera del castello scaligero è suggestiva e avvolgente, e se contornata da un cielo stellato e da qualche aeroplano che di tanto in tanto lo sorvola eleva di sicuro le aspettative di coloro che sono lì per godersi a pieno la musica live. Tre modi differenti per godersi lo spettacolo: posto numerato, posto non numerato con sedie disponibili e prato libero per i più romantici o che dir si voglia, i “più rilassati”. Sarà la giusta formula per un concerto di questo tipo? Si scoprirà lungo il corso della recensione. Il Villafranca Festival ospita a gran voce il nuovo guru della scena pop-soul britannica Paolo Nutini, accompagnato in apertura dal rock’n’roll degli Home con cui condivide, ed è difficile non notarlo, la passione per uno stile tutto anni sessanta.
Buon sangue non mente. Di certo il mix italo-scozzese ha portato fortuna a Paolo Giovanni Nutini, amante del bel paese e orgoglioso delle sue antiche origini toscane. Nonostante la giovane età, due album alle spalle e sei anni sulla scena musicale, il giovane Nutini sa come giocarsi le sue carte.
Ci sarà sicuramente lo zampino dell’Atlantic Records (?), ma la naturalezza incantatrice dell’artista sembra comunque apprezzabile e genuina. Paolo Nutini aleggia fra la consapevolezza di essere un ammiccante sex symbol e il riconoscere che agli italiani piace essere omaggiati. Scoccate le 21.30 parte il primo omaggio al bel paese con il brano cult di Fred Buscaglione “Eri Piccola così”. Il ritmo inizia a scorrere, le luci colorate accendono lo sfavillio del castello ed ecco Paolo Nutini esordire intonando il brano “10/10” in stile decisamente hipster, capello “fintamente” trasandato e camicia stropicciata. “Alloway groove” e la romantica “High Hopes” scaldano il pubblico che ha il tempo di apprezzare la band tutta maschile di Nutini e una invidiabile sezione fiati che regala alla scena un’atmosfera un po’ retrò. La distanza fisica tra il pubblico e Nutini però è troppo percepibile e notabile. Al pubblico la disposizione non aggrada, e neppure alla sottoscritta. Le note introduttive di “Jenny don’t be hasty” non lasciano scelta. La folla si alza, sfida le transenne, si sbarazza del posto numerato e non c’è bodyguard che tenga. C’è chi, come la sottoscritta, preferisce godersi lo spettacolo “dall’alto” senza trasgredire troppo, sale sulla sedia e inizia a ballare su ritmi sixties un po’ retrò. Paolo coinvolge senza l’aiuto di parole e crea allo stesso tempo un’atmosfera molto intima che possiede le fattezze dei caldi pub inglesi, dove la gente ride, canta e ingurgita fiumi di birra. Difatti, la coda per comprare il drink è lunga, interminabile e decisamente “english” in quanto al prezzo. Colpisce molto l’eterogeneità del pubblico; padri con figli sulle spalle che coprono la visuale, coppie giovani e meno giovani abbracciate, ragazzine impazzite che lanciano biancheria intima sul palcoscenico; e non è per rendere l’idea: è successo veramente.
Le parole non sono il cavallo di battaglia di Nutini, ma gli ammiccamenti a intermittenza lo sono e giustificano la netta maggioranza femminile allo spettacolo. La vocalità dell’artista è particolare e decisamente degna di merito. Intonato, espressivo e moderatamente graffiato. Non esagera, è discreto e a suo agio sul palcoscenico. Certamente, dopo essere stato spalla di Rolling Stones, Amy Winehouse e Led Zeppelin la cosa non sorprende affatto. Alterna brani di entrambi gli album tra cui, in sequenza, “Bear in mind”, “Growing up” e “Coming up easy”, fino al celebre e malinconico “These Streets”, titolo del suo album d’esordio, nonché momento più adatto per darsi a effusioni romantiche. Si prosegue con “Over and Over”, “One day” e “Sleepwalkin”e poi si raggiunge il culmine con i ritmi variopinti delle trombe in “Pencil full of lead”. Il pubblico si muove, balla, è divertito, e anche Paolo sembra esserlo, qualcuno cade dalla sedia ma si rialza senza troppe lamentele. “No other way” il prossimo brano per poi gustarsi il successo “Candy” tanto atteso, a giudicare dall’urlo di stupore lanciato dopo le prime note della canzone. Un pop folk senza tempo: se si chiudessero gli occhi si stenterebbe a credere che colui che sta cantando ha solo 24 anni. I testi sono semplici, di base abbastanza profondi, forse in alcuni casi più adattati al suono che degni di significato, ma comunque apprezzabili e orecchiabili. Il concerto ha ampiamente superato la metà e il pubblico attende la fantomatica sorpresa. Un omaggio a Lucio Dalla con il celebre “Caruso” é ciò che Nutini ha scelto per stupire il suo pubblico. Emozionante, anche se le origini italiane sembrano scomparire dietro alla pronuncia imperfetta dell’artista. “Cherry blossom” “One day” e “Birdy” sono i brani inediti dell’album in uscita a ottobre che Nutini seleziona per il suo pubblico, ma “Last Request” e “New shoes” sono indubbiamente le preferite e le più osannate.
Il saluto al pubblico di Paolo Nutini si intreccia con le note elettro-pop del successo degli MGMT “Time to pretend” regalando un’atmosfera calda e molti sguardi soddisfatti e compiaciuti. I 3500 spettatori si dirigono verso le uscite, le ragazzine aspettano Paolo, che dopo un’attesa moderata si dedica a foto, autografi e brevi chiacchierate come se fosse al pub con gli amici, senza elevare troppo il successo del suo personaggio. Umile e talentuoso, cordiale e amichevole Nutini promette una carriera brillante, domina il palcoscenico con la sua voce graffiante e sa omaggiare la bellezza della musica live, nonostante sia esponente di una variante del pop che spesso dal vivo tende a non rendere.

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