I giallo-neri alla perenne investigazione floreale e qualche curiosità da Nobel

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«Ora racconterò quale natura ha dato alle api Giove stesso, e a quale prezzo […] nutrirono il re del cielo sotto la grotta Dittea». Virgilio

Liber IV, Georgiche: l’avete letto? Io, a meno di due mesi dal mio 26° compleanno, non ancora.
Agricoltura: ecco ciò che riesco a ricavare spremendo le mie meningi. Sbalordita da cotanta amnesia scolastica, riprendo gli appunti del liceo e li scorro fino a incontrare lui, Virgilio, un mio vicino di casa, se non ci separassero 22 Km e più di 2000 anni.
Georgiche, dal greco gheorghiká, poesie contadine, è il poema “agricolo” che celebra la semplicità della natura e innalza l’agricoltura ad attività etica portatrice di alti valori morali. Perché leggerlo di questi tempi? Non per innescare un’inversione di marcia nella società instillando nei più l’idea che coltivando un campo si acquisiscano di diritto le qualità dell’uomo retto e coscienzioso. Senz’altro per curiosità, perché immagino che, per molti di noi, cereali, piante, bestiame e api (nell’ordine, i temi trattati nei libri dell’opera) non siano la nostra prima preoccupazione. Chissà, forse in futuro…
Curiosità, la stessa molla che mi ha portato a indagare sul mondo delle api, insetti appartenenti all’ordine degli Imenotteri, famiglia degli Apidi, genere Apis, specie Apis mellifera. Bestioline che hanno suscitato grande interesse fin dall’antichità, ancora prima che Virgilio dedicasse loro un libro.
Sembra che il genere Apis si sia sviluppato in un’area geografica corrispondente all’attuale penisola indiana, all’Asia, al Medio Oriente e all’Europa: da ritrovamenti di api fossili, scoperti nella pesciera di Bolca, località dei monti Lessini a circa 40 Km da Verona, e nelle pietre di Göttingen, in Germania, si è stabilito che questo insetto risale almeno all’Eocene e, per dirlo in numeri, in quel periodo compreso tra 58 e 27 milioni di anni fa.
Testimonianze del rapporto uomo-ape? Sì, in un graffito, datato tra il 7000 e il 5000 a.C., rinvenuto a Valencia, mentre per parlare di “allevamento di api” bisogna attendere gli Egizi, che praticano un’apicoltura nomade spostandosi lungo il Nilo e seguendo le fioriture dopo le piene del fiume. Ai Greci il compito di ricamare sull’insetto giallo-nero il vestito della mitologia, con Aristeo, figlio di Apollo e primo apicoltore, e Melissa, colei che insegna agli uomini ad allevarle e che viene trasformata in ape dopo aver nutrito Zeus.
Platone, Plinio il Vecchio, Giustiniano e persino Carlo Magno hanno, a vario titolo, detto o scritto qualcosa su di loro. Se l’imperatore del Sacro Romano Impero stabilì che ogni fattoria dovesse avere un uomo esperto addetto alla cura delle api, nella Russia intorno all’anno 1000 erano previste pene severissime per i furti di arnie. E chi lo avrebbe mai detto che le nutrici di Giove potessero portare addirittura a un Nobel? Tranne Karl Ritter von Frisch, il biologo austriaco che nel 1973 vinse il Nobel in Fisiologia e Medicina per gli studi rivoluzionari sul volo dell’ape, chi avrebbe scommesso su di loro?
Ora, i casi sono due: o le scoperte di questo signore hanno del sensazionale o l’insetto nasconde(va) sorprese inaspettate. Entrambe le cose, in realtà, perché se von Frisch è stato in grado di ampliare i suoi studi con osservazioni innovative rispetto al sapere precedente, è anche lecito chiedersi se lo studioso sarebbe arrivato al Nobel, senz’ape…
Difficile riassumere anni di osservazioni in poche righe, sapendo che sono stati scritti interi volumi sulla danza delle api, le evoluzioni che costituiscono il linguaggio di questi insetti.
Le forze magnetiche non c’entrano: piuttosto, la direzione del sole e la capacità di quantificare con esattezza la distanza della fonte di cibo rispetto al punto di partenza sono le basi della loro comunicazione. Danza circolare per un “bottino” entro i 35 metri, ondulante per una scorpacciata poco più distante ma entro i 100 metri, “danza della coda” per fonti di approvvigionamento a più di 100 metri da casa. E non è tutto, perché se il raggio di volo delle api si estende per 2-3 Km, l’informazione “100 metri” può non essere sufficiente. La faccenda si complica: basti pensare che recenti ricerche sul metodo di comunicazione dello sciame hanno portato addirittura all’elaborazione di algoritmi matematici.
Conoscendo il caratterino di Zeus, sfamarlo, per quelle api, dev’essere stata un’impresa divina.
Per me, l’impresa sta nell’osservare un’ape e nel pensare che per capire il suo mondo non solo ho bisogno di un ripasso di latino, ma anche di geometria, ottica e dinamica. Sarà questione di curiosità, ma con il nome e il cognome che mi ritrovo, A-Pe, diventa quasi una sfida. Umana, per Giove!

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