Cantate, cantanti, cantate! Morandi, Celentano, cantate

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Che pena, Sanremo. Sarà certamente ricordato, almeno dalle persone obiettive, come il Festival delle volgarità gratuite, dei guitti e della presenza di un Adriano Celentano a dir poco imbarazzante per il qualunquismo dell’esibizione della prima serata. Ora, la morale della Chiesa la fa lui, anche se, poco dopo, spacchi inguinali avvolgevano orchestra e pubblico. Volgarità e doppi sensi hanno accompagnato tutte le serate, come un sottile filo rosso necessario per la buona riuscita del Festival e per il trionfo dell’Auditel. E le canzoni? Quelle c’erano, certamente, ma trattandosi di gusti musicali tralascio la solita tiritera del “avrebbe dovuto vincere questo”, “il testo di questa era meglio del testo di quella”, “ma è possibile, dove andremo a finire se vincono canzoni di questo tipo?”. No, non m’interessa nulla di tutto questo. Nel complesso gli artisti hanno presentato una serie di canzoni mediamente buone anche se, comunque, hanno fatto rimpiangere, eccezioni a parte, i Festival di qualche decina d’anni fa.
Ma quest’anno protagoniste assolute sono state le parolacce. Non solo quelle dei comici, ai quali sembra ormai concesso tutto e che, quando ci si prende il lusso di criticare, si viene zittiti come ipocriti o apostrofati con frasi del tipo “ma in che mondo vivi?”, “ormai, è linguaggio d’uso comune”, ma anche di “altri”. Tralasciando il senso di squallore man mano che proseguivano gli sketch di un duo “idiota” che non merita più di cinque righe, ciò che colpisce è il linguaggio del conduttore Morandi, più volte salvato dal bravo e garbato Papaleo. Anche a lui, Morandi, elegante padrone di casa, idolo di più generazioni, “l’eterno ragazzino” che tutti i padri sarebbero stati lieti di avere come fidanzato delle loro figlie, si è lasciato andare a considerazioni, battute e volgarità mai pronunciate prima da un presentatore sanremese. Dalle classiche espressioni gergali, fino a insinuazioni in dialetto bolognese, il Festival targato Morandi, ogni sera, ha cullato il pubblico in sala e quello da casa, composto anche da minorenni “che non possono televotare”, in un vortice di battute da camerata. Ma qui non siamo solo tra adulti, ci vuole rispetto per tutti. Anche per giovani. Anche per quei giovani che si danno da fare per la musica e che credono in uno spettacolo sincero, pulito e onesto, arrivando addirittura a commuoversi al termine della loro esibizione. Succedeva venerdì 17 al giovanissimo Alessandro Casillo, risultato poi vincitore della sua categoria. E me lo immagino in questi anni, combattuto tra lo studio scolastico, come tutti i giovani della sua età, almeno si spera, e quello per diventare un cantante. E quindi, finita scuola, di corsa a preparare il suo futuro, nella speranza di sfondare un giorno non troppo lontano. Giorno che arriva mezz’ora dopo mezzanotte, in quella data di febbraio, all’età di quindici anni. E lui, trionfante, si ritrova sul retro del palco, annunciato vincitore del Festival e impossibilitato a ritirare il premio, causa una legge che non permette ai minorenni di comparire in diretta video dopo la mezzanotte. Legge che chiunque conosce, soprattutto gli organizzatori, che hanno preferito mancare di rispetto, oltre che al pubblico, proprio al lui, che ha fatto così tanto e in poco tempo e che meritava di raccogliere all’istante quella soddisfazione. Impossibile quindi capire perché l’esibizione delle nuove proposte è stata programmata venti minuti prima della mezzanotte. Non sarebbe stato corretto far ascoltare le canzoni dei giovani in prima serata, per poi poter proclamare il vincitore sul palcoscenico prima dell’ora X? Non sarebbe stato giusto premiare il ragazzo al momento della vincita e non il giorno successivo? Tutto questo è inconcepibile e intollerabile, soprattutto per un evento di questa portata dove a trionfare dovrebbe essere la musica e non parolacce, interviste mal riuscite e spot pubblicitari. Al susseguirsi di volgarità avrei preferito veder premiato, come si doveva, il vincitore.
Una vergona. Una vergogna che ha “rovinato” -smorzando l’emozione- uno dei momenti più significativi nella carriera di un cantante. Ah, forse non ho guardato il Festival di Sanremo, quello della canzone italiana, quello dove prima di tutto si canta e tutto il resto è in secondo piano. Forse Alessandro stava cantando a Colpo Grosso o giù di lì. Pardon!

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